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Interviste

Stefano Barotti, Intervista

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

Mi piace pensare che il sogno possa essere realtà, e che la realtà partorisca sogni per le persone.

In questa notte dove il buio è più nero e la luna è più luna, qualcosa d’altro diventerò, qualcosa che gira, che trema, che sfuma, qualche cosa sarò (Stefano Barotti)

E’ forse la fortunata contiguità di neve e mare-che gli consente un’ambientazione per certi versi gozzaniana senza rinunciare all’ultimo vino coi cacciatori di persico- a rendere quasi miracoloso l’universo poetico del toscano Barotti, abile nel ricomporre gli ossimori esistenziali nell’unico modo possibile, riconducendoli nell’alveo caldo di una gioiosa convivenza, ancorata alla concretezza agreste di legno e corde eppure cullata dalla magia di suggestioni medievali; scandita dalla rassicurante sacralità dei riti stagionali eppure contagiata da afflati di drakiano spleen.
Nell’orizzonte di Barotti- che negli anni ha condiviso palco e canzoni, tra gli altri, con John Popper, Jono Manson, Kevin Trainor, Paolo Bonfanti, Joe Pisapia, Momo, Max De Bernardi, I Gang, Jaime Michaels, Nada, Kreg Viesselman-l’icasticità si deve in parte all’impiego frequente dell’enumerazione, che tutto ordina e dispiega, in parte alla capacità di fabbricare cataloghi immaginifici dilatati fino allo spasimo e ventagli smisurati di azioni. (Si ascolti-una su tutte-L’arcobaleno rubato).
Da autentico artigiano della parola Barotti costruisce la sua personale-per citare Branduardi- serie dei numeri, delle istantanee e dei gesti e ci consegna-con la triade Uomini in costruzione, Gli Ospiti, Pensieri Verticali– il suo manifesto di consapevole irriverenza e visionario realismo, in equilibrio tra la materica consistenza di due scarpe coraggiose e lo slancio onirico di ali d’acciaio.

Lei ha all’attivo tre dischi: Uomini in Costruzione del 2003, Gli Ospiti del 2007 e Pensieri Verticali del 2015. A me sembra che, complessivamente, del suo lavoro si possa dare una lettura evolutiva e dinamica, se vogliamo diacronica. Se consideriamo unicamente le architetture melodiche- a titolo esemplificativo- mi pare che il brano Gli ospiti si ponga come la naturale prosecuzione del brano Uomini in costruzione; La neve sugli alberi sembra riprendere, sviluppandola, Il legno e le corde, mentre In qualche parte del mondo contiene, in nuce, quelle che saranno le soluzioni stilistiche di Rose di ottobre. Si tratta di un fenomeno inconscio o sorretto da una precisa ratio programmatica?
Parlerei più di inconscio o di “idea di struttura” di un brano. Credo sia giusto e normale che le canzoni di oggi e di ieri tengano per mano quelle di domani. Non c’è nulla di ragionato, piuttosto è la mia intenzione nello scrivere e interpretare quel che canto che con gli anni ha messo radici forti. Si invecchia… Trovo naturale il cambiamento, e mi piace farlo. Bisogna essere spugne sempre pronte, per poter scrivere canzoni. Quindi ogni cosa nuova che vivi, che ascolti, che assorbi, fa da legna sul fuoco per il tuo lavoro, ma ritengo importante avere una sorta di “marchio di fabbrica” per essere riconoscibile. Credo che questo sia fondamentale per chi ti ascolta, e faccia arrivare meglio la canzone al pubblico.

Nel 2016 ha cantato nel brano Somewhere like Italy contenuto nell’album di Jaime Michaels Once upon a different time. In Calibro 77, il nuovo disco de I Gang prodotto da Jono Manson, ha preso parte ai cori. E’ in uscita il nuovo di disco di Joe Pisapia-Connection– in cui lei partecipa al brano Infinite sky. Parallelamente a queste collaborazioni, sta lavorando ad un nuovo album solo suo?
Ho un disco nuovo nel cassetto, in primavera comincerò la pre-produzione delle nuove canzoni e partiamo per nuove avventure. Ma in questi due anni, oltre alle collaborazioni che citi, ho lavorato ad un concept album sul vino. Si chiamerà Settembre e tra non molto andremo in stampa. Otto canzoni sul mondo del vino naturale. In collaborazione con la Velier di Genova che da anni sostiene la mia musica e ha dato vita alle Triple A, artigiani, artisti, agricoltori. Ci sono molte similitudini tra la mia musica e il vino, o almeno… credo di somigliare molto a quei vignaioli Triple A che producono vino in maniera sana, badando alla sostanza senza l’uso della chimica. Quello che in definitiva cerco di fare da anni con la mia musica. Sarà un disco senza solfiti.

Nel suo universo musicale, quasi come all’interno di una sacra rappresentazione medievale, tutto sembra essere enumerazione. (E sono 10 notti che una barca d’argento mi taglia la strada nel sonno, e sono più di 100 i nodi sul soffitto della mia stanza. (Il legno e le corde)
(…) e un cappello che quest’anno compirà 20 anni (…) e ho visto passare più di 200 stagioni” (Lo Spaventapasseri)
Il mio amore sono 12 nuvole nel cielo di aprile (…) il mio amore sono 12 rose nel cielo di ottobre” (Rose di ottobre)
Ha vissuto a Mariposa per circa 20 anni e ha costruito circa 2000 modelli di ali: ali d’acciaio, ali di legno, ali di mollica di pane” (Il Costruttore di Ali).
Quello per la canzone enumerativa è un mero vezzo o una fascinazione con origini più profonde?
Mi piace evocare immagini con le parole, specialmente se parliamo di strofa e non di ritornelli. Oltre a questo adoro utilizzare i numeri. Mi viene naturale, e aiuta la canzone a tenere il filo teso. Credo dia un senso immediato del passaggio del tempo grande amico/nemico di noi esseri umani; è anche una praticità lirica. Cantare un numero ti porta immediatamente in una situazione. In alternativa ti servono cinque o sei parole, se non di più, per dire la stessa cosa con meno impatto. E in una canzone non hai tutto questo tempo. I secondi passano…

Conosco le leggi fisiche del vento e il passare del tempo nella settima vita del gatto; so per certo dove dormono i temporali estivi, ho imparato per filo e per segno la tessitura della tela del ragno, sono un gran cacciatore di pesci nel dormiveglia del sole, alle sei del mattino ho incendiato il tuo nome. (Sono l’uomo più curioso del mondo) Sono l’uomo più curioso del mondo è secondo me il brano più emblematico del suo canzoniere, che riesce ad innestare senza soluzione di continuità simbolismi, allegorie e allure fiabesca su di una base genuinamente terrigna. Si definirebbe un realista visionario?
Bello, mi piace realista visionario. Sono attratto da questi due opposti. Sogno e realtà, fondamentali entrambi. Come direbbero i Gang radici e ali. Cito spesso le scarpe (anche se sto cercando di smettere) e le ali per l’appunto. Le persone nonostante il codice fiscale e i certificati di nascita possono essere tante cose, milioni di cose. Ognuno ha il dovere di custodire e rispettare le proprie radici ma anche l’intenzione del volo è importante. Avere gli occhi di un bambino e le mani di un adulto. Mi piace pensare che il sogno possa essere realtà, e che la realtà partorisca sogni per le persone. Oltre a questo c’è il mio amore eterno per la metafora ed ecco che la luna rosa nel piatto, un’ immagine sognante, non è altro che Pink Moon di Nick Drake a 33 giri. Tanto per raccontare ancora dell’uomo più curioso del mondo.

Umberto Saba, a proposito degli artisti, scrisse: Non vanno presi troppo sul serio. Sono tutti (…) bambini in castigo. Una concezione non troppo diversa da quella che lei canta in Vive dentro una canzone, o sbaglio?
Verissimo, questa idea del sacrale e delle torri d’avorio parlando di artisti, specie per la musica e per chi scrive canzoni, è veramente una buffonata. Come se quelli che hanno il talento di scrivere, cantare, suonare, fossero più artisti degli altri. Il mio falegname è molto più bravo e preparato di me nel suo lavoro di quanto lo sia io nel mio. Bisognerebbe badare alla bellezza delle cose e lavorare per questa. Siamo in castigo, scriveva bene Saba, ed è quel che ci meritiamo per avere l’ardire di essere continuamente a nudo, ma poi nudo devi esserlo per davvero, e devi saper ridere di te se qualcuno ti sfotte perché sei senza mutande.

Nel 2016 è uscita Tutto cambia, una traduzione in italiano- adattata e reinterpretata-di Changes di Phil Ochs.
Eppure l’universo urbano di Ochs ed in generale il topical songwriting sembrano lontani anni luce dal suo canzoniere…
Mi piace quella canzone, e mi sono innamorato della storia di questo songwriter. La mia passione per i Loser. Ho sentito alcune cose sue, vicine alle mie corde e mi è mi sono approcciato a Changes. Canzone straordinaria.
Neil Young tempo fa l’ha messa in scaletta nei suoi concerti. C’è stata una riscoperta di Ochs. Francesca Ferrari ha scritto un libro- When I’m gone– su questo artista troppo in ombra. Riguardo il topical songwriting non tocco mai argomenti di attualità direttamente. Li sfioro, ne parlo in maniera velata, lasciando intendere. Ad esempio Il costruttore di ali o L’arcobaleno rubato sono canzoni di protesta dove parlo di attualità. (Lo so che è strano ma ti assicuro che è così).
Siamo invasi dai ladri di colori.
C’è di nuovo che sto scrivendo canzoni più a fuoco con il mondo esterno. Nel prossimo disco ci sarà una canzone di nome Aleppo, e un’altra, Marta, dove racconto la storia di una delle tante donne vittime dell’uomo in casa. Diciamo che in passato scrivevo canzoni guardandomi dentro; oggi, a 45 anni, mi prendo meno sul serio e tendo a guardare fuori dalla finestra. Scrivo e canto più per la canzone e meno per il cantautore.

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Claudia Erba

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