C’era il pubblico delle grandi occasioni, quello trepidante e affettuoso delle serate memorabili, ad accogliere a gran voce l’inaugurazione della XXIII Edizione del Festival d’Autunno – “Musica, visioni e meraviglia”, guidato con eleganza, sensibilità e acume dalla direttrice artistica Antonietta Santacroce. Il Teatro Politeama “Mario Foglietti” di Catanzaro il 17 ottobre ha fatto da culla a un racconto vivo, intimo e veicolato dal talento di un artista senza tempo: Massimo Ranieri, che per tutti continua a emanare la genuinità profonda del giovane Giovanni Calone.
Perché prima dei trionfi nei teatri di tutto il mondo, prima degli applausi scroscianti e dei riflettori, c’è in lui di Napoli, il profumo salmastro del mare e la vita intensa e rumorosa del Pallonetto di Santa Lucia, celebre zona popolare situata all’interno del quartiere San Ferdinando. È proprio in quel microcosmo che è cresciuto un ragazzo dalla voce cristallina, capace di cantare con la pelle prima ancora che con l’ugola. Un’origine a cui l’artista è profondamente legato e che ama sintetizzare con una frase che racchiude tutta la sua storia: “Mia madre ha partorito Giovanni Calone, ma è stato mio padre a mettere le radici del sogno di Massimo Ranieri”.
Ai suoi primissimi passi verso il professionismo, nell’attesa che il mondo si accorgesse di quel talento coltivato in famiglia, provò persino a farsi strada sotto l’improbabile pseudonimo di Gianni Rock. Un nome che strideva deliziosamente con il suo effettivo debutto del 1964: brani lontani anni luce dai ritmi d’oltreoceano e intrisi invece di una solenne melodia e di una profonda spiritualità, guidati dalla struggente Preghiera, una supplica in musica in cui la voce del giovanissimo Calone rivelava già tutta la spinta drammatica di chi è nato per interpretare le passioni umane.
La vera epifania, quella che ha trasformato il cantante prodigio in un maestro della scena, è avvenuta sul palcoscenico teatrale. L’incontro con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano ha rappresentato il fuoco purificatore della sua arte: sotto la guida del grande regista, Giovanni ha imparato la rigida disciplina attoriale, l’uso consapevole del corpo, la dizione, l’arte della pausa e la forza espressiva della parola d’autore. È da questo innesto tra istinto e dedizione che ha preso forma lo spettacolo Tutti i sogni ancora in volo (e continuano a volare), plasmato in sinergia con Edoardo Falcone.
L’intero impianto dello show batte al ritmo di una matrice quasi shakespeariana — il celebre richiamo al nostro essere “fatti della stessa sostanza dei sogni” — che Ranieri declina con una semplicità d’animo disarmante. L’artista lo confessa al suo pubblico con la franchezza di un amico: non ha mai messo da parte un solo sogno, neppure quello più piccolo, fragile o apparentemente irrealizzabile. Per lui il sogno è stato, ed è ancora, l’unico vero motore dell’esistenza. Innamorato della vita e dell’idea stessa dell’amore, confessa di credere ancora oggi nel colpo di fulmine e di andare continuamente alla ricerca di quei rari palpiti che ti fanno tremare le gambe. Non è un caso se la sua sterminata produzione musicale, per sua stessa ammissione, ha parlato così tanto d’amore: è proprio questo sentimento viscerale ad alimentarlo, quel colpo di fulmine appunto, largamente inteso che insegue da sempre.
“Perché sognare e amare seguono lo stesso principio dell’andare in bicicletta: una volta appreso, non lo si dimentica più. E anche quando il cammino si fa amaro, faticoso o in salita, tutto sta nel ritrovare il coraggio di rimettere i piedi sui pedali e ricominciare” – osserva l’istrione (dal titolo di uno dei brani della serata).
In un’epoca complessa come la nostra- riflette l’artista- tornare a credere in questi sentimenti, varcare la soglia di un teatro, godere della bellezza del cinema, del confronto sincero e dell’ascolto dell’altro, assume il valore di un autentico atto di coraggio. È una garbata ribellione contro un tempo che ci vorrebbe pigramente reclusi tra le pareti domestiche, prigionieri della fruizione compulsiva di schermi, TV e serie televisive, travolti da ritmi frenetici che ci mantengono costantemente connessi ma drammaticamente distanti. Il sogno, al contrario, rimane un dono innanzitutto gratuito: una fiamma feconda che nutre l’anima in qualunque luogo ci si trovi, ricordandoci che — in senso metaforico così come nella realtà — il mare, inteso come orizzonte sconfinato di speranza, bellezza e libertà, rimane sempre lì ad aspettarci, pronto per essere scoperto.
Guardando Massimo Ranieri muoversi sul palco, si avverte con forza l’eredità che un musicista e interprete del suo calibro imprime sui palcoscenici contemporanei. La sua performance, quasi ininterrotta, ha svelato una straordinaria prestanza fisica e una gestualità marcata e millimetrica, pensata per non lasciare nulla al caso: ogni brano è stato vissuto con il corpo, scolpito nello spazio e interpretato con una fisicità totale che dimostra quanto la presenza scenica, la tecnica vocale a trecentosessanta gradi e la cultura musicale debbano viaggiare insieme. Forte di una straordinaria carriera che ha segnato e superato i cinquant’anni della musica italiana, Ranieri maneggia abilmente i codici del teatro-canzone, alternando con naturalezza aneddoti di vita e musica pura.
Ad accompagnare questo flusso di emozioni è una band d’eccezione formata da musicisti di spessore: Danilo Riccardi al pianoforte, Giovanna Perna alle tastiere e alla voce, Francesco Puglisi al basso, Luca Trolli alla batteria, Arnaldo Vacca alle percussioni, Andrea Pistilli e Tony Puma alle chitarre, Valentina Pinto al violino e alla voce, Cristiana Polegri al sax e alla voce, e Max Filosi al sax e basso.
In questo abbraccio tra note e teatro, le canzoni fluiscono liberamente. Basta citarne alcune per accorgersi che il tempo di fronte all’autenticità emozionale ha un valore relativo.
Lo han dimostrato la sensibilità fresca di Lasciami dove ti pare, È davvero così strano e Ho bisogno di te, le confessioni di Di me di te e le tenui sfumature emotive di La casa di mille piani e Mi troverai per poi cedere il passo all’impeto condiviso di Se bruciasse la città e nella carica viscerale di Erba di casa mia, veri e propri inni colti a gran voce dal pubblico di ogni età.
Il viaggio interpretativo ha riservato anche momenti di altissima e commovente poesia, grazie al profondo legame che unisce Ranieri ai grandi maestri della canzone d’autore. È il caso di La mia mano a farfalla, toccante capitolo connesso all’ amicizia con Bruno Lauzi: un brano in cui il grande autore ligure descrive la propria condizione fisica segnata dal Parkinson e che nelle mani e nella voce di Ranieri si trasforma in un miracolo lirico, dove la fragilità del tremore viene riscattata dall’arte e diventa un’elegante farfalla che spicca il volo. La sensibilità di Massimo Ranieri si è poi espansa con Dopo il deserto, gemma donatagli dalla penna di Ivano Fossati per raccontare l’esperienza della solitudine e la catarsi dell’anima.
Non è mancata l’immersione nella discografia storica, sottolineata da un’accorata partecipazione della platea: il calore di Rose rosse ha bilanciato il graffio di Lettera di là dal mare: un brano di straordinaria intensità, insignito al Festival di Sanremo nel 2022 del Premio della Critica “Mia Martini”, che racconta la paura, il coraggio e il dolore atavico dei migranti in viaggio sulle onde, chiarendo come ogni traversata esistenziale sia un urlo universale di speranza e di riscatto umano.
Come non celebrare pure la giovinezza inquieta di Vent’anni, fino a toccare il vertice espressivo con l’esecuzione da brividi di Perdere l’amore: qui l’artista non usa solo la voce ma dona ogni muscolo e ogni battito, regalando un’interpretazione intensa di una canzone incisa nella memoria collettiva. Rievocare l’essenza di Napoli con l’immortale e solenne carezza di Anema e core, l’ironia affilata di Pigliate ‘na pastiglia e l’esplosiva solarità di Tu vuò fa’ l’americano (omaggi al genio di Renato Carosone), ha reso poi naturale accendere la festa in teatro.
Sul finale Massimo Ranieri ha voluto riservare agli spettatori di Catanzaro un dono speciale: Il giorno prima. Con quest’ultima fatica discografica, lo show si apre al futuro, offrendo un’anteprima che canta l’attesa di una nuova aurora e il desiderio inesauribile di esplorare mondi espressivi mai toccati.
Un ponte d’affetto quello tra l’artista e il pubblico del “Mario Foglietti” suggellato con un tributo di gran pregio: l’attribuzione del Cavatore d’argento, eccezionale manufatto cesellato dalle mani sapienti dell’orafo calabrese Michele Affidato. Una creazione dal significato simbolico capace di fondere il cammino artistico di un mostro sacro della musica con l’anima stessa del capoluogo calabro. Nelle forme del Cavatore vive infatti il ricordo del sudore, della dedizione quotidiana e dello spirito d’abnegazione che definiscono il carattere di questo territorio. Consegnare questa scultura a Massimo Ranieri ha rappresentato il grazie di una città intera a un uomo che ha eretto cinquant’anni di trionfi non sulla scorciatoia del successo immediato bensì sul rigore artigianale, sul sacrificio e su una stima incrollabile verso la propria gente.
Un fuoco sacro il suo che sa continuamente rimodellarsi, consentendogli di ritrovare sempre — anche dopo mezzo secolo vissuto sotto i riflettori — lo sguardo puro e meravigliato dei bambini, quello che anche tutti noi dovremmo ricordarci di preservare.
Si ringraziano: L’ufficio stampa del Festival d’ Autunno: Giuseppe Panella e Gaetano Giaimo. La Social Media Manager: Anna Trapasso. Studio Fotografico Monteverde per le immagini.
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