Interviste

Matteo Paggi

Scritto da Sara Bonfili

Ho perso mia mamma l’anno scorso ed ho scritto un brano per lei che ho suonato poche volte e non suonerò mai più… Ma so che quel brano è registrato nel disco, nel disco con Rava e Lovano

Incontriamo Matteo Paggi nei giorni del Suedtirol Jazz Festival a Bolzano, in cui è stato presente in più di una formazione e in diverse “vesti”.

Grazie Matteo, innanzi tutto del tuo tempo! Qui nel festival hai portato brani del tuo ultimo disco “Giraffe” (2025)?
Pochi, perché già stiamo portano in giro il nuovo repertorio, una cosa che non si fa di solito prima che esca un nuovo disco. Da giugno dell’anno scorso abbiamo fatto tantissimi concerti, e veramente mi sento molto fortunato per questo, e ho avuto l’opportunità di esplorare e di fare cose nuove. È nato un nuovo repertorio molto diverso dal disco e così particolare che abbiamo dovuto registrarlo!
Quindi, i concerti di “Giraffe” sono tutti già con repertorio nuovo… e quindi puoi già sentire in anteprima live il disco, che è già registrato, ma non è ancora uscito, penso uscirà il prossimo anno ma ancora non te lo so dire.
Nel primo disco c’erano un contrabbassista di Singapore e una pianista giapponese che sono perché per questioni organizzative, ho chiamato due italiani al posto loro: mi serviva qualcuno che almeno stesse in Europa. Ho chiamato  il contrabbassista Andrea Grossi di Milano e il pianista Vittorio Solimene di Napoli, che adoro, e questa ora è la nuova lineup. Nel nuovo disco io suono anche l’elettronica, non solo il trombone, mi piace avere tante pedaline…cose strane…

 [Ci interrompono dei canti di jodel in sottofondo, d’altronde siamo a Bolzano!]

 È un disco molto più elettronico?
È cambiato il suono: il disco “Giraffe” è già molto vecchio nonostante sia stato dell’anno scorso, il che è incredibile, non era mai capitato finora. Quindi fino a poco tempo fa, io avevo il “progetto Giraffe“ che appunto sono questi miei brani scritti non proprio in contemporary jazz più in modern Jazz. Poi “Words”, il mio primo album da leader, totalmente free e improvvisato. E poi ho altri progetti di musica elettronica, come per esempio quella che ho suonato a questo festival con Matteo Stella. È già difficile portare avanti un progetto, immagina farne tre! E mi ricordo ero sempre in giro d’estate e prima di un concerto in Sardegna, da solo a Parigi ho pensato: ‘Perché non apportiamo anche l’elettronica e la musica più improvvisata al mio “progetto Giraffe” ‘? E in concerto invece di fare 10 brani in scaletta ne abbiamo fatti 4 è in mezzo ci abbiamo messo più improvvisazione ed elettronica ed è stata una figata! Per questo ti dico che “Giraffe” non mi rappresenta più, perché è un terzo di quello che facevo. Questo entusiasmo mi ha fatto scrivere brani nuovi e ha fatto nasce questo nuovo suono che troverai nel prossimo album che si intitola, e questo si può dire, “Regretful Infants”.

E invece il disco ”Fleaca” (2021)?
Questo era con un trio che ora non esiste più, ma mi sono divertito, eravamo un po’ come gruppo rock, abbiamo composto i brani insieme. Adesso, se ti dovessi dire ‘ascoltati un disco dei miei’ ti direi: ‘Ascolta Fleaca’ che è il più divertente.

Matteo, questi titoli degli album o dei brani così particolari, come “La gente in discoteca nel futuro” o “Morire con la sabbia tra le dita” … Ma come ti vengono?
[Ride]. Dipende… “Fleaca” è una parola inventata, un gergo tra i miei amici di Amsterdam che vuol dire “non m’importa”! E invece “Giraffe” è l’unico pensato… e non so se lo hai letto da qualche parte, ma te lo spiego. La giraffa è l’unico animale in cui il cuore e il cervello sono lontani… Nel mondo del simbolismo questo vuol dire lungimiranza, quando le passioni sono lontane dalla razionalità del cervello e non lo influenzano… Al contrario, il cervello non riesce a spegnere le fiamme che ardono nel petto. E proprio questo è il concetto che ho voluto sviluppare: mi sono messo a tavolino a scrivere, matematicamente, e poi ho lasciato spazio alle passioni, nello stesso brano. Una mia idea di composizione in cui ai limiti razionali unisci la passionalità. Sono brani scritti cinque anni fa… Questo concetto ti permette di avere limiti. E il limite ti dà la creatività! L’intellettualità è il limite, oppure un concetto è il tuo limite ma fa nascere il brano…  Sono tutte cornici che ti aiutano. Per esempio, ho conosciuto la storia del giornalista Gero Grassi, che parlava di Aldo Moro e ci ho scritto “Gero”, un brano oscuro… Avere queste ispirazioni mi piace.
Non mi piace, invece, programmare la composizione a tavolino, con delle regole, come magari ti insegnano a Composizione. Funziona… ma personalmente lì non trovo la mia espressione artistica. La mia è sempre molto POP, deve essere una storia o un’emozione da raccontare. E poi nella mia musica c’è sempre spazio per l’interplay e l’improvvisazione, che caratterizzano il jazz. Altrimenti scriverei musica classica.

 Com’è avere un’altra voce solista vicino a te? Ti piace?
Aiuta tantissimo spesso. Quando due strumenti insieme suonano la stessa melodia il timbro è più speciale e la melodia meno noiosa… Quello che cerco nella seconda voce è comunque una persona molto diversa da me. Se io per esempio, che sono musicista che improvvisa in un modo impulsivo ed energetico, scelgo invece un sassofonista molto razionale e virtuoso, che si esprime benissimo, come il sassofonista di “Giraffe”, allora ho la possibilità di far andare il brano in due direzioni. Quando inizia un’improvvisazione mi dico: ‘Qui è meglio che ci improvvisi un musicista impulsivo, diciamo come me, oppure musicista più pacato e riflessivo, ad esempio come il sassofonista che ho scelto? È il motivo per cui scelgo di avere un altro fiato nella mia band e il motivo per cui ho scelto Lorenzo Simoni.

E suonare con Enrico Rava, con i Fearless five insieme a Francesco Diodati, Francesco Ponticelli, Evita Polidoro, per te cosa significa?
Beh, un onore certo. Io nella musica non c’ho mai avuto veramente degli eroi… Però Rava era uno di quei musicisti “top”. Questo è stata la cosa più importante che ho fatto nella mia carriera. E quindi immagina… Ci siamo incontrati a Siena Jazz in un seminario e dopo qualche giorno l’ho visto interessato a me… e poi è nata la collaborazione. Quello che mi piace di lui è la motivazione che ti dà.  Uno magari può pensare che Enrico ti dica cosa devi fare ed invece è totalmente l’opposto: lui non ti dice niente, ti dà solo qualche indicazione del suono che vuole. E poi che cosa succede? Succede che tutti i musicisti devono tirare fuori il massimo, perché sanno che lui si fida al 100% .
Stare sul palco con Enrico a 25 anni, e sentire la sua fiducia, mi ha dato tanta sicurezza. Questa “magia” la fa con tutti i musicisti, riesce a tirare fuori il meglio, e non sono l’unico che lo dice di quelli che lo conoscono.
Rava è un maestro nel guidare senza bisogno di parlare. Io ho bisogno di parlare con la mia band, lui no… In concerto fa due note e se tu sei sveglio, riesci a capire in che direzione deve andare! Dice che la cosa più importante è scegliere i musicisti giusti: non quelli più bravi del mondo, ma quelli che suonano bene con te. E un’altra cosa che mi piace di lui è che la scelta di suonare con i giovani non è una questione estetica, una cosa pensata a tavolino: lo fa sempre per esigenze artistiche.

I premi che ricevi, le menzioni dalle riviste specialistiche, che effetto ti fanno?
Mi fanno piacere, ma non mi toccano tanto, nella musica le classifiche non hanno tanto senso… Per me la cosa più importante è comporre e suonare la mia musica, perché sento che ho tanto da buttar fuori e incontrare altri artisti in giro per il mondo cui scatta qualcosa e che mi rappresentino. Per esempio con Enrico sento che sono apprezzato per quello che faccio davvero. Con il trio europeo, con gli altri musicisti del mio gruppo mi sento apprezzato per quello che faccio. Portare avanti questi miei progetti, dove sento che sto dando il mio contributo, tirando fuori tutto quello che ho da dire, è la cosa più bella che posso fare. 
A settembre/ottobre uscirà il nuovo disco di Rava con il sassofonista Joe Lovano come ospite, per l’etichetta ECM. E oltre all’ospite speciale, c’è un’altra particolarità, il fatto che ognuno di noi abbia scritto un brano, e non so se questo era successo in un precedente album di Rava. Io ho perso mia mamma l’anno scorso ed ho scritto un brano per lei che ho suonato poche volte e non suonerò mai più… Ma so che quel brano è registrato nel disco, nel disco con Rava e Lovano…

 E con questa bellissima notizia salutiamo Matteo Paggi, augurandogli il meglio, e consigliando a tutti la sua bella musica!

About the author

Sara Bonfili

Sara Bonfili è giornalista pubblicista, videomaker e PhD in Italianistica, mamma di due maschi, innamorata della musica, soprattutto rock e jazz. Ama spezzare la monotonia delle attività quotidiane con mostre, ascolti, letture e tanta curiosità. Naturalmente, per riuscirci, non può che essere ottimista!

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