Sound&Vision

Laurie Anderson @ Auditorium PdM

Scritto da Chiara Lucarelli

Laurie Anderson all’Auditorium per il Romaeuropa Festival. È stato un concerto? Sì, certo, ma allo stesso tempo anche un esercizio di ascolto e di presenza

C’è un silenzio strano, quasi poetico, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, lunedì 3 novembre. È il silenzio del pubblico del Romaeuropa Festival che aspetta Laurie Anderson. E neppure si tratta di pubblico qualsiasi a ben vedere… stavolta, seduti nelle poltrone di velluto rosso, ci sono curiosi, devoti, artisti, studenti, persone che cercano ancora un senso nelle parole e nei suoni. 
All’improvviso tuttavia, quando lei entra, minuta e sorridente, con il suo violino in mano, la scena cambia temperatura. Nessun clamore, nessuna presentazione: solo la calma disarmante di chi non deve dimostrare più niente e può permettersi di giocare con tutto.
Il tour si chiama X², ma di numerico ha poco. È piuttosto una formula alchemica, una moltiplicazione tra linguaggio, musica e memoria. Dietro l’artista, lo schermo proietta mappe, frammenti di Manhattan, silhouette, parole che si deformano, volti che sembrano emergere dal passato e poi svanire. Il tempo, in questo spettacolo, non scorre: si piega. Anderson lo piega come un origami, ne guarda le linee, ci infila dentro le sue storie, e le nostre.
A darle man forte, una band che è un organismo vivente: la Sexmob di Steven Bernstein, con fiati che sanno essere eleganti e feroci, un basso che pulsa come un battito, e un set di violini che sembra respirare all’unisono con il suo. Il suono è un mosaico in continua metamorfosi: un momento minimalista, elettronico, quasi zen, quello dopo esplode in improvvisazioni jazz che ricordano la New York degli anni Ottanta, quella dei loft e delle gallerie, dove l’arte non chiedeva permesso.
Quando Anderson attacca Let X = X, il pubblico capisce che non si tratta di nostalgia ma di continuità: quel pezzo, tratto dal leggendario “Big Science”, è ancora un manifesto di come si possa essere politici e poetici senza mai alzare la voce. Poi arriva Language Is a Virus, il brano che traduce William Burroughs in ritmo e ironia: «Le parole sono virus», ripete, e per un attimo la frase non sembra una metafora ma una diagnosi collettiva.
La voce di Laurie è quella di sempre — ferma, ipnotica, ironica, vagamente distante — ma ogni tanto passa all’italiano, con un accento teneramente storto. «What is love?», chiede. Non c’è risposta, e va bene così. Il pubblico ride quando lei racconta di uno scheletro al bar, ma quella risata resta sospesa come una trappola gentile: sotto c’è la malinconia, la consapevolezza che tutto passa, anche le battute.
Visivamente, lo spettacolo è di una sobrietà ingannevole: luci neutre, immagini lente, nessun effetto spettacolare. Ma in quella calma si apre un piccolo abisso. È come guardare un film che si sta scrivendo da solo, e in cui ognuno di noi riconosce qualcosa del proprio archivio interiore. I racconti personali – il nonno svedese che mente sulla sua infanzia, lo zio segnato dalla guerra – si mescolano a riflessioni sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sulla voce umana che resta l’ultimo baluardo di mistero.
Ci sono momenti in cui sembra di assistere ad un reading pubblico, altri in cui il ritmo del basso e dei fiati ti porta dritto dentro un club sotterraneo, ma la verità è che X² non è né l’uno né l’altro: è una mappa mentale, una navigazione tra musica, filosofia e ironia. Laurie Anderson, con quella sua leggerezza che non è mai frivola, riesce ancora a far sembrare il futuro qualcosa di fragile e commovente.
Dopo quasi due ore di viaggio, arriva la fine. Nessun bis teatrale: solo un saluto discreto accompagnato da un sorriso. Poi un applauso lunghissimo, riconoscente, più che entusiasta. È stato un concerto? Sì, certo, ma allo stesso tempo anche un esercizio di ascolto e di presenza. Anderson non cerca di conquistarti: ti invita. E se accetti l’invito, torni a casa un po’ disorientato ma più leggero, come dopo aver parlato con qualcuno che ha davvero capito di cosa è fatto il tempo.
Laurie Anderson a Roma ha ricordato a tutti che la musica, quando è viva, è ancora un potente veicolo per la riflessione, la critica, l’introspezione. E che la meraviglia, se la lasci entrare, sa ancora trasformarti.

About the author

Chiara Lucarelli

Sono nata a Roma e cresciuta coltivando contemporaneamente diverse passioni: la musica, il teatro, la fotografia, i viaggi ed il cinema.
Dopo aver trascorso svariati anni spaziando dall’una alle altre in maniera alternata, ho trovato infine una modalità che mi permettesse di coniugarle tutte in contemporanea, quella della fotografia musicale, di spettacolo e performance artistica in senso più ampio.
Mi occupo di live report di concerti, teatro, interviste e ritratti.

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