Interviste

Jimbo

Scritto da Giulia Carlucci

Dalle molecole alle corde: il viaggio di chi ha trasformato la scienza in musica

Ci sono percorsi che sembrano procedere in linea retta e altri che assomigliano a una melodia fatta di variazioni, deviazioni e ritorni inattesi. Quello di Jimbo appartiene probabilmente alla seconda categoria. Dopo un percorso di studi prettamente scientifici fino al dottorato, una lunga esperienza come speaker radiofonico, una passione mai nascosta per la musica e, oggi, un lavoro artigianale che richiede precisione, ascolto e sensibilità: la costruzione di chitarre. A guardarlo da fuori potrebbe sembrare un insieme di mondi lontani. Eppure, forse, esiste un filo invisibile che li unisce tutti: la curiosità. Quella che porta a studiare la materia, a raccontare storie attraverso un microfono o a trasformare un pezzo di legno in uno strumento capace di generare emozioni. Ne abbiamo parlato con lui.

Ciao Jimbo, partiamo dall’inizio. Chi eri prima di diventare il professionista che conosciamo oggi?
Ero un ragazzo tanto arrabbiato che è stato salvato letteralmente dalla musica. Poi volli studiarla ma non mi fu concesso e così “ripiegai” sulla seconda passione; la scienza. La Chimica prima, poi la Fisica, ma soprattuto la Matematica hanno segnato i lunghi anni del mio passaggio da ragazzo a uomo, mentre raggiungevo tutti i traguardi che mi ero prefissato, fino alla carriera da ricercatore.

Come nasce la tua passione per le scienze? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventata parte del tuo percorso?
La curiosità verso la struttura della materia è iniziata a 5 anni quando ho aperto una stilo nel disperato tentativo di capire da dove venisse l’elettricità. Ne dedussi che la barra e la polvere che trovai dentro dovevano in qualche modo “friggere”. Questo ricordo ancora mi fa sorridere oggi anche perché non ci andai davvero così lontano. Poi avanzando gli studi, in un processo lento ed inesorabile ho perso interesse verso tutto quello che era sperimentale e la mia mente ha iniziato a seguire la fascinazione del teoretico, partendo dalla Meccanica Quantica fino alla Matematica pura della Topologia e dell’Algebra astratta. In tal senso fa sorridere lo sforzo fatto per uscire a tutti i costi da un laboratorio sperimentale, per finire a lavorare dentro un laboratorio di liuteria.

Durante gli anni universitari e il dottorato, che rapporto avevi con la musica? Era già una presenza importante nella tua vita?
A 12 anni ho messo su Live At Wembley 86. Essendo bombardato da Eurodance, primo ondata di Rap e Pop generalista, non riuscii a decifrare i 4 minuti circa di One Vision. Ma quando sull’eco dello stacco finale, ancora sospeso nell’aria, arrivò il riff di Tie Your Mother Down fui colpito in pieno petto. Tutte le sinapsi si accesero contemporaneamente e seppi in quel preciso momento che quella musica era stata scritta per me. Conobbi il Rock ’n’ Roll e nulla fu più lo stesso.
Circa la prima domanda al Rock devo l’apertura mentale e la curiosità verso nuovi stili che durante i miei anni universitari mi hanno reso possibile studiare. Io non riuscivo a studiare se non ascoltando Musica. Così ho preparato ogni esame, accumulando circa 5000 dischi in copia fisica. Ogni esame un genere diverso. Ogni capitolo un disco diverso. Ogni riga una canzone diversa. Dal Ludovico Van fino a Burzum, passando per WuTang e King Crimson. Nessun genere precluso. Purché di qualità.

Guardando indietro, quali insegnamenti della ricerca scientifica ti accompagnano ancora oggi?
Quasi nulla. Ho imparato e scoperto argomenti, questo sì. Ma non un metodo. Quello era insito nella mia personalità. Entro in una stanza e controllo l’ortogonalità delle pareti la distribuzione degli oggetti o la ricorrenza dei colori e deduco informazioni dalla raccolta dei dati. Sono sempre stato così e per questo era naturale per me studiare e ricercare. Di conseguenza sono estremamente analitico, rigoroso e pignolo. Tutte caratteristiche utili sia alla ricerca che alla costruzione di uno strumento musicale. Ma come dire…ecco…non l’ho imparato…è che mi hanno disegnato così….

A un certo punto arriva la radio. Come nasce questa esperienza?
Mia moglie, che già subiva da anni pipponi allucinanti circa storie di musica, collegamenti nella storia della musica, dissertazioni varie sull’evoluzione dei generi, deve aver gettato la spugna e pensato di salvarsi se avessi sfogato questa cosa in un programma radio. Essendo amica di Maura Cenciarelli, fresca di fondazione di RadioElettrica le ha suggerito di darmi una possibilità. Sul materiale ero ok ma sull’esposizione mica tanto…quindi dopo una lunga gavetta, durante la quale mi ha insegnato ogni possibile cosa utile per stare davanti ad un microfono ho ricavato un mio spazio con un mio programma. Devo tutto, prima a mia moglie per l’idea, e poi a Maura per avermi reso lo speaker che sono.

Che cosa ti affascina del parlare a un pubblico attraverso un microfono?
La condivisione. In realtà la mia carriera vera da speaker inizia alle scuole superiori. Io ero quello che andava in giro con una cuffietta sola, pronto a dividere l’altra con il compagno di turno, per far ascoltare il disco nuovo della settimana che avevo scoperto. E più o meno lo spirito è sempre quello. Prima era una persona alla volta. Adesso molti tutti insieme. La storia sempre la stessa: senti al minuto 2 e 33 che assolo che arriva…

Esistono punti di contatto tra il lavoro dello scienziato e quello dello speaker radiofonico?
Per quanto mi riguarda, l’unico punto in comune sono io. Il mio approccio analitico e di ricerca tende a farmi scoprire cose nuove e mi impone di decifrarle. Cerco di raccontarti l’esordio dei Black Sabbath nello stesso modo in cui ti spiegherei il Teorema Fondamentale del Calcolo.

Qual è il ricordo radiofonico che conservi con più affetto?
I Late Night Show che conducevo con il mio collega Wallnofer mi hanno lasciato un sacco di storie da parte di tutti gli ospiti che abbiamo avuto che conservo gelosamente nel cassettino della memoria. Per quanto riguarda il mio programma Wanderlust, un giorno misi su un pezzo di Ghost Monroe e un ascoltatore mi scrisse, cito più o meno testualmente “questa è la magia della radio. In un giorno orribile come quello che sto vivendo, cercavo compagnia e ascolto un pezzo a me sconosciuto che era esattamente quello di cui avevo bisogno senza saperlo”. No aspetta. Sono stato citato anche nei ringraziamenti di una tesi di Dottorato di un ascoltatore, per la compagnia e il supporto durante i suoi studi.

Che ruolo ha avuto la musica nelle diverse fasi della tua vita?
Mettiamola così. Se riavvolgessero il nastro della mia vita quello che ne uscirebbe sarebbe un lungometraggio con una colonna sonora che coprirebbe l’intero minutaggio di girato. Solo negli ultimi due anni, dove alla fine davvero ho chiuso il cerchio, e ho iniziato a studiarla la Musica in modo professionale ho dovuto interrompere il mio flusso di ascolti, scoprendo l’amara verità che l’unica cosa che davvero non puoi fare quando studi Musica, è ascoltare Musica.

Ci sono artisti o album che consideri fondamentali nella tua formazione personale?
Quante settimane hai a disposizione? Impossibile davvero rispondere. Ascolto quasi di tutto e per ogni nicchia c’è una reference diversa.

La musica è stata una passione, un rifugio, una forma di espressione o tutte queste cose insieme?
Prima un rifugio, poi una passione e adesso che la faccio, finalmente un’espressione. Ma il rifugio è rimasto sempre come radiazione di fondo. Impossibile spicciarla dallo spettro.

C’è una canzone che racconta particolarmente bene il tuo percorso?
Mi piacerebbe risponderti Lateralus, ma dovrei arrivare in fondo alla spirale per dirti se è vero….

Raccontaci di Diabolus♠️. Come è nato il progetto? Quando nasce il desiderio di costruire una chitarra con le tue mani?
Molto banalmente dal desiderio. Volevo possedere una Gibson Flyin V ma non potevo permettermela. Mi parlarono di un corso di liuteria presso la Fusion School del Maestro Franco Di Filippo, che consisteva nella costruzione passo passo di uno strumento a tua scelta che poi sarebbe stato tuo. Ho pensato che ad una cifra più bassa avrei avuto una FlyinV e che avrei imparato qualcosa che avrei potuto spendere in un secondo momento. L’unica incognita era quanto disastrosa sarebbe venuta la chitarra….
Ho assaporato ogni lezione ed ogni momento. Mi sono appropriato di una grande quantità di nozioni e per la prima volta nella mia vita ho capito i benefici dell’esecuzione di un lavoro manuale. Avevo sempre svolto lavori di pensiero di certo non faticosi fisicamente, ma estenuanti dal punto di vista dello stress. Il lavoro manuale ti stanca, soprattutto la schiena viste le posizioni da tenere per lungo tempo, ma la creazione di un qualcosa dalle tue mani azzera ogni forma di stress mentale. Pro e Contro.
Quando ho concluso, il maestro mi disse che come primo esemplare avevo fatto un lavoro già quasi professionale e valutammo l’idea di farlo diventare un lavoro. In Italia ormai è diventato tutto complesso e iniziare un’attività è difficile e oneroso. Quindi abbiamo stipulato un accordo: abbiamo sviluppato un marchio del tutto nuovo, Diabolus per l’appunto, realizzando 4 prototipi di chitarra derivati da una delle più vecchie chitarre elettriche mai prodotta, ovvero la Fender Telecaster.
Questi prototipi sono altamente curati e diversificati e servono a sondare l’interesse intorno al prodotto e come parte di un autofinanziamento volto all’avvio della professione vero e proprio. Una sorta di start-up con un unico Angel Investor. Me stesso. Se tutto va come spero il prossimo anno si partirà sul serio.

Ricordi la prima volta che hai pensato: “Voglio capire come nasce uno strumento”?
Mesi prima di iniziare il corso già vedevo regolarmente canali YouTube dedicati a queste attività. Ebbi le idee chiare subito, ma per essere certo di saperla fare una cosa, la devi effettivamente fare. Così quando si è presentata l’occasione del corso che mi sgravava anche dalla spesa iniziale per le attrezzature e per avere una location adatta, non ho esitato.

Costruire una chitarra richiede precisione, pazienza e ascolto. Quanto della tua formazione scientifica ritrovi in questo lavoro?
Stesso discorso di cui sopra. Anche il maestro, dopo svariati professori universitari incontrati nel mio percorso ha capitolato: sei troppo pignolo. E’ la mia indole, la ricerca assoluta non solo della perfezione, ma anche della coerenza e autoconsistenza, un termine usato spesso in ambito teorico e abusato come sto facendo io in questo momento, che ridotto molto all’ossa significa “vado per i fatti miei”.
Una cosa che mi lascia senza dubbio questo lavoro e che prima non conoscevo è sapersi accontentare. Questo non è un lavoro dove davvero puoi raggiungere la perfezione assoluta perché è per eccellenza asintotica. Tutto è sempre perfettibile, migliorabile e bisogna per forza convivere con l’accettazione dei piccoli difetti. Non c’è una regola che stabilisce quando hai carteggiato a sufficienza o se la curva che dovevi scolpire è esattamente quella progettata (a meno di non eseguirlo con una macchina a controllo numerico). Devi saperti ascoltare e raggiungere il giusto compromesso. Ed è stata la parte in assoluto più difficile da smussare nel mio angolo di mente. Quando svolgi un lavoro teorico, in particolar modo di ricerca scientifica, arrivi ad una fine solo quando trai le conclusioni giuste. Però arrivi. Qui potresti carteggiare in eterno un solo manico.

Quanto, invece, c’è di istinto e sensibilità artistica?
Ecco questo è la parte più ludica della questione. Ogni volta che entro dentro un negozio di strumenti musicali resto sempre abbagliato, nella sezione delle chitarre, dai colori e delle piccole variazioni. Da come uno stesso modello con colori diversi generi un look diverso. Dai diversi angoli dove vengono esposti strumenti con caratteristiche diverse, con suoni diversi, per musiche diverse. Comprendo benissimo le scene dove c’è un personaggio che impazzisce davanti ad una scarpiera piena di scarpe con i tacchi. Per me è lo stesso vedere una rastrelliera di Gibson e poi girarmi e vedere l’angolo delle Martin. Tutto questo ho cercato di portarlo all’interno dei 4 prototipi e della mia FlyinV. In fase di progettazione c’è stata esattamente la volontà di imbrigliare un istinto, una suggestione sonora, dentro uno strumento che fosse in grado di riprodurla. E ci siamo riusciti incredibilmente con tutti e 4 i prototipi. Ciascuna appare esattamente come dovrebbe suonare e suona esattamente come ti aspettavi vedendola nella custodia.

Per chi non conosce il mondo della liuteria, come nasce una chitarra artigianale?
Anzitutto distinguerei tra la costruzione di uno strumento acustico e uno Solid Body. Le chitarre elettriche Solid body, comprese quelle che ho costruito, non hanno cassa di risonanza. La strategia, quindi, è quella di selezionare materiali di prima scelta che offrano un buon sustain e che nel nostro caso abbiamo trattato il minimo indispensabile in termini di verniciatura.
Questo ti mette in condizioni di avere un suono persistente e di godere il più possibile dell’esperienza tattile del legno. Di contro sono più soggette a usura e segni vari, ma tanto il dato di partenza è che se una chitarra la usi per davvero, la segni. Non ho mai visto una chitarra usata per davvero, più vecchia di sei mesi, che non abbia segni o punti rovinati. Quindi tanto vale avere una chitarra con qualche graffio in più, ma che suoni come nessun’altra cosa tu abbia mai preso in mano.
Per il manico il discorso dei materiali è analogo ma la modellazione ha la stessa filosofia, invece, di quella degli strumenti acustici. Ogni manico è diverso e serve per fare una determinata cosa. Sta alla bravura e all’abilità, in questo caso mia, la capacità di scolpirlo esattamente come l’ho pensato.
Per quando riguarda gli strumenti acustici, ecco, in quel caso si diventa veramente maestri di liuteria. Ogni legno usato per la cassa risponde frequenze e colori diversi. Le fasce vengono piegate a mano. Insomma, per costruire una solida body tutto sommato puoi permetterti di essere un buon tecnico. Per costruire una Acustica o peggio ancora una Classica devi essere un maestro.
Concludo con l’osservazione che gli strumenti di liuteria sono per tanti ma non per tutti. In quanto fatti a mano sono altamente customizzabili, ma necessitano di una maggiore cura e di molta pazienza. Tutte le procedure industriali assenti li rendono strumenti in un certo qual senso più vivi e mutabili. Tanto per farti un esempio per procedere ad un Setup completo e soddisfacente uno strumento andrebbe suonato almeno qualche mese, continuativamente, per dar modo che tutta la struttura si assesti e che il legno si accomodi rispetto alle variazioni di temperatura. I tasti vanno revisionati e controllati anch’essi fino al Setup finale ed eventualmente rettificati. Il grosso vantaggio dell’estrema customizzazione però ripaga il musicista di tutta questa pazienza.
D’altro canto, l’alternativa c’è e si trova in negozio con tanto di marchi storici che fanno strumenti per tutti, tutti uguali e senza nei. E non lo dico con supponenza perché ogni volta che entro dentro un negozio, le vorrei tutte. Sono quasi sempre perfette pronti e via, ma è chiaro che se desideri qualcosa custom, esattamente cucito per le tue esigenze potresti doverti accontentare anche spendendo cifre alte.

Qual è la fase che ami di più del processo di costruzione?
Senza ombra di dubbio la colorazione. A quel punto hai giù ultimato tutti i lavori di finitura del legno, lunghi, lenti e più faticosi di tutta la filiera. Un attimo di riposo per fare campioni di colore e stenderli sugli avanzi della lavorazione per capire se il punto di viola è quello che vuoi. Poi davvero un sospiro grande grande e lo stendi sul tuo strumento. Consapevole che se qualcosa va storto devi ritirare giù tutto, ma se tutto va come deve, all’improvviso si materializza davanti ai tuoi occhi quello che avevi nella mente per settimane.

Esiste un momento in cui senti che lo strumento acquista una propria personalità?
L’istante zero. Avevamo in testa le idee dei materiali, del look e del suono che avremmo tirato fuori prima di ordinare il legno. E siamo fieri di essere riusciti a fare esattamente quello che volevamo in tutti e 4 i prototipi.

Che rapporto hai con il legno? Come scegli i materiali che utilizzi?
Con l’acero di amore e odio. Lo userei per fare tutto ma è davvero troppo impegnativo. Con il mogano e l’ontano andiamo molto d’accordo. Il palissandro è un bravo ragazzo, mentre l’ebano fa tanti capricci. Lo ziricote è molto altruista e generoso di venature e texture. E questo risponde anche alla seconda domanda, poiché questi sono stati i legni usati a seconda dei casi per manici e casse.

Ogni chitarra è diversa dalle altre. Quanto conta l’ascolto del musicista per cui la stai costruendo?
Tutto. Il prototipo in mogano, per esempio, l’ho pensato per il jazz moderno. Mentre la lavoravo ho dato il volto di Julian Lage a quel suono e quando l’ho data a Lorenzo Venza per la demo, senza dirgli nulla, lui mi ha richiamato dicendomi che quella Mogano col suono pulito era sorprendentemente adatta ai suoni Jazzy…Gli ho chiesto “tipo Julia…” e senza poter finire mi ha interrotto dicendomi “esattamente lui!”. Quindi direi davvero tutto.

Ti è mai capitato di affezionarti particolarmente a uno strumento?
La mia FlyinV pur essendo il mio primo lavoro, per quanto è riuscita bene, sarebbe per assurdo piazzabile, ma non la venderei per nessuna cifra al mondo. Per il resto i prototipi sono stati fatti per sondare l’interesse e spero finiscano nelle mani di qualcuno in grado di apprezzare strumenti creati con così tanto impegno e passione, anche con le loro piccole imperfezioni…ci sto lavorando…mi passerà questa cosa delle imperfezioni…promesso.

Molti tendono a separare il mondo scientifico da quello artistico. Tu li abiti entrambi, Pensi che questa divisione sia reale o soltanto apparente?
La scienza è rigida e analitica fino a quando convive con la tecnologia o resta sotto un certo livello di complessità teorica. Oltrepassato il quale, il ragionamento diventa creativo in modo preponderante. Arrivati ad un certo punto serve l’idea, la lampadina. E quella è creatività allo stato più puro e alto. Una volta che hai quella, il più è fatto e diventa solo questione di formalismo. Una cosa a prima vista banale come la congettura di Collatz, tortura i matematici da anni, perché non si trova l’idea per dimostrarla e chi ci riuscirà, incassando peraltro un cospicuo premio, potrà farlo con un percorso neurologico non molto distante da quello che ha fatto Miles Davis quando ha inciso So What, o la Hipgnosis quando ha tirato fuori la copertina di The Dark Side of the Moon o Orwell quando ha scritto 1984.

La scienza ti ha insegnato qualcosa sulla musica?
La meccanica ondulatoria non ti sta raccontando nulla di così distante dalla musica, così come l’algebra modulare ti illustra l’impianto tonale della musica occidentale da Bach in poi.

E la musica ti ha insegnato qualcosa sulla scienza?
Ad Amsterdam ricordo che ascoltando i Tool in cuffia, ho afferrato qualcosa circa lo spazio delle fasi della Meccanica Statistica e il multiverso nel quale siamo immersi, ma dopo qualche ora l’ho dimenticato….

Cosa accomuna un laboratorio di ricerca, uno studio radiofonico e un laboratorio di liuteria?
Fermo restando che il mio laboratorio era un foglio di carta con una matita e un server collegato dove girare calcoli, direi il processo creativo e la condivisone in taluni casi immediata, in altri a scoppio ritardato. In ciascuno ci sono regole più meno stringenti e come diceva Morpheus, alcune possono essere eluse, altre infrante.

Dopo aver studiato la materia, raccontato storie alla radio e costruito strumenti musicali, che cosa pensi renda il suono così importante per l’essere umano?
Una volta che accetti e comprendi il fatto che una radiazione è sia un onda che una particella e che la materia in quanto altra manifestazione dell’energia é quindi anche essa particella ma anche onda, la domanda diventa, come fa il suono a non essere importante per l’essere umano.

Perché continuiamo ad avere bisogno della musica?
Perché riempie tutti gli spazi imponderabili, lasciati vuoti dalla poesia. O dal punto di vista matematico, per esempio, è come quando cerchi di piazzare il pigreco o la radice di due sull’asse dei numeri Reali. Hai il pieno controllo fin quando lavori con le frazioni o più propriamente i numeri Razionali. Poi ti imbatti in queste creature curiose che non hanno fine con cifre sempre diverse e se ingrandisci la retta, dove avevi collocato tutti i Razionali, vedresti tutti buchini che sono le posizioni precise dove starebbero questi esserini strani. La poesia riempie quasi tutta la retta con i razionali ma per chiuderla tutta e tappare ogni buchino servono i cosiddetti numeri Irrazionali come pigreco per esempio. Serve la trascendenza che sfugge all’umana comprensione e che puoi solo intuire ma non afferrare. L’unione dei due insiemi, quello dei Razionali e degli Irrazionali, genera la magnificenza dell’assioma di completezza dei numeri Reali. Poesia e Musica insieme generano tutto quello che serve alla nostra dimensione interiore per elevarsi.

 Che cosa provi quando senti suonare una chitarra che hai costruito tu?
Da quando ho concluso questa prima fase del progetto credo di aver capito quale sia la driving force emotiva dello scambismo e del voyeurismo e non mi piace affatto. Poi mi rassereno e razionalizzo…sono fatte per gli altri che tra le altre cose le sanno suonare meglio di me…ma sto lavorando anche su questo….

Se dovessi descrivere il tuo percorso con tre parole, quali sceglieresti?
Tortuoso, impegnativo, incompleto.

Quale consiglio daresti a chi sente il desiderio di cambiare strada ma teme di ricominciare?
Che ho visto fin troppi funerali per non capire che nel momento che serrano l’ultima vite, non fa nessunissima differenza tutto quello che hai fatto se non nel cuore di una ristretta cerchia di persone. Come diceva John Lydon il punk non finirà mai fin quando ci sarà un ragazzino che avrà voglia di alzare un dito medio. Che si fottano tutti, con appresso i loro giudizi. Vuoi farlo? Bene hai un sogno. Puoi farlo? Allora devi. La tua vita sta finendo un minuto alla volta (cit.).

Dopo il dottorato, la radio e la liuteria, quale domanda continui ancora a portarti dentro?
Quando penso all’eleganza delle dimostrazioni di Gauss, o alla statura di At Fillmore East degli Allman Brothers, o alla Gibson Les Paul del 1959, mi chiedo sempre come sia possibile che l’essere umano sia in grado di raggiungere vette così elevate da sembrare divino e compiere al tempo stesso abomini di violenza inaudita. E mai come in questi ultimi anni questa domanda mi tormenta così spesso.

Nota personale
Ascoltando questa storia si ha la sensazione che le passioni non seguano mai davvero i confini che proviamo a tracciare. La scienza osserva la materia. La radio ascolta le voci. La liuteria dà forma al suono. Sembrano mondi diversi, ma forse parlano tutti della stessa cosa: il desiderio umano di comprendere, trasformare e condividere. Perché in fondo una molecola, una parola pronunciata al microfono e una corda che vibra hanno qualcosa in comune. Raccontano una relazione, con il mondo, con gli altri e con quella parte di noi che continua a cercare una personalissima armonia.

About the author

Giulia Carlucci

Nata nel 1981, quando i telefoni avevano il filo e la pazienza era ancora una virtù, sono cresciuta con l’idea che le storie siano l’unica vera forma di sopravvivenza.
Laureata in Lettere, indirizzo Spettacolo — perché la realtà mi è sempre sembrata troppo poco sceneggiata — e specializzata in Cinema, nella speranza che almeno lì tutto abbia un montaggio sensato.
Leggo tanto e di tutto: romanzi, etichette dei detersivi, biglietti del tram dimenticati nelle tasche. Scrivo più in fretta di quanto riesca a parlare. Penso troppo. Ironica per autodifesa, commovente - così dicono- per sbaglio, riempio quaderni, file di Word e margini di bollette con parole che spesso fanno ridere, a volte fanno piangere, e ogni tanto fanno tutte e due le cose insieme.

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