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Riempire vuoti

Scritto da Giulia Carlucci

avere tutto non è mai la stessa cosa che stare bene

L’uomo insaziabile si sveglia e la prima cosa che fa non è alzarsi: pretende.
Pretende che la giornata sia all’altezza. Che il mondo abbia già fatto i compiti. Che qualcuno, da qualche parte, stia per dargli qualcosa di nuovo.
Ha tutto ciò che serve per sentirsi soddisfatto. Ed è proprio questo il problema. Perché quando hai tutto, l’unica cosa che resta da desiderare è di più. Più spazio, più controllo, più peso nelle frasi che iniziano con “da oggi”.
Il caffè è caldo, ma non abbastanza.
Il notiziario parla, ma potrebbe parlare di lui e più forte.
Il pianeta gira, ma non alla velocità che vorrebbe.
Le notizie scorrono mentre mastica l’idea della colazione: operazioni “mirate” che occupano interi Paesi, controlli “temporanei” destinati a durare anni, budget così grandi che perfino i numeri sembrano chiedere pietà. Trattati chiusi come finestre perché “c’è corrente”. Il clima che tossisce, le stagioni si perdono, ma nessuno ci fa più caso.
L’uomo annuisce.
Gli piace quando le cose crescono: grafici, confini, frasi. Le frasi soprattutto. Le sue iniziano sempre con verbi forti: prendiamo, aumentiamo, usciamo, guidiamo.
Non ama i verbi fragili: aspettiamo, ascoltiamo, limitiamo. Dice che non è guerra, ma ordine. Dice che lo fa per proteggere. Dice che lo fa per semplificare. Dice che lo fa per tutti.
E un po’ — bisogna ammetterlo — sembra convinto davvero.
C’è in lui una fame infantile, quella di chi pensa che se stringi forte il mondo tra le mani non ti scappa più.
Vuole guidare, dirigere, supervisionare. Vuole che le cose funzionino come funzionano i suoi discorsi: senza pause, senza dubbi, senza margini. Se qualcosa è fragile, si rafforza con la forza. Se qualcosa resiste, si aggira. Se qualcosa chiede tempo, si accelera.
Intanto, fuori, la gente fa cose piccole e inutilmente eroiche: calcola bollette, cerca parcheggio, spera che piova meno o di più, ma al momento giusto.
Nessuno vuole tutto.
Vogliono che basti.
L’uomo insaziabile invece no.
A lui non basta mai.
Quando ha preso una cosa, ne vede subito due che gli mancano.
Quando arriva in cima, guarda l’orizzonte come se fosse un affronto personale.
Ogni tanto resta solo.
Succede tra un annuncio e l’altro, quando il rumore cala di volume.
Ed è lì che emerge la parte più imbarazzante, quella che non finisce nei titoli: forse ha paura di fermarsi. Perché fermarsi significa ascoltare.
E ascoltare significa sentire quella vocina ridicola e testarda che chiede: e se anche con tutto questo non fossi soddisfatto?
Così affiora qualcosa che non finisce mai nei comunicati: la paura di non bastare. Che se smette di prendere, di allargare, di spingere, resti fermo. E fermarsi, per uno come lui, somiglia troppo a perdere.
Riparte.
Un’altra decisione. Un’altra cifra. Un’altra uscita di scena che viene chiamata “scelta strategica”. L’insaziabilità torna a essere virtù, l’eccesso diventa carattere, la forza sostituisce la misura.
Ironizza. Fa battute mentre sposta pesi giganteschi come se fossero cuscini. E il mondo, che ha visto di peggio ma sperava in meglio, gli va dietro un po’ stanco. Con spaccature che si allargano piano. Inevitabili conseguenze che arrivano sempre dopo, educate, in fila.
Perché alla fine l’uomo insaziabile fa anche tenerezza. Come fanno tenerezza i bambini che accumulano giocattoli e piangono comunque.
Perché non è vero che vuole tutto.
Vuole sentirsi pieno.
Solo che ha sbagliato contenitore.
Così continua a prendere, ad allargare, a pretendere.
Mentre il mondo — che non è una cosa da possedere ma da condividere — continua a girare, aspettando che l’uomo insaziabile capisca che avere tutto non è mai la stessa cosa che stare bene.

About the author

Giulia Carlucci

Nata nel 1981, quando i telefoni avevano il filo e la pazienza era ancora una virtù, sono cresciuta con l’idea che le storie siano l’unica vera forma di sopravvivenza.
Laureata in Lettere, indirizzo Spettacolo — perché la realtà mi è sempre sembrata troppo poco sceneggiata — e specializzata in Cinema, nella speranza che almeno lì tutto abbia un montaggio sensato.
Leggo tanto e di tutto: romanzi, etichette dei detersivi, biglietti del tram dimenticati nelle tasche. Scrivo più in fretta di quanto riesca a parlare. Penso troppo. Ironica per autodifesa, commovente - così dicono- per sbaglio, riempio quaderni, file di Word e margini di bollette con parole che spesso fanno ridere, a volte fanno piangere, e ogni tanto fanno tutte e due le cose insieme.

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