Non esiste un “orologio universale” che scandisca il tempo per l’intero universo, il tempo è locale, dipendente dall’osservatore e dal sistema di riferimento. Questo assunto, che proviene dalla fisica quantistica, mi ha sempre sorpreso e, in parte, anche turbato.
Io il tempo lo sento scorrere sulla mia pelle sempre meno elastica, nelle rughe che si accatastano inesorabilmente una sull’altra, nei capelli bianchi che mi ostino a tingere di castano, nelle ossa che scricchiolano a ogni movimento.
Questi segni degli anni che passano sono faticosi, ma anche compagni fedeli, indizi di una traiettoria che ho sempre immaginato lineare, da un punto A a un punto B, come se il tempo fosse una strada inesorabile, ma solida.
Invece l’idea che non esista un tempo elementare, primitivo, indipendente dalle cose mi disorienta. Scardina il programma culturale di base su cui il mio cervello ha costruito, per anni, il proprio modo di ragionare.
Se il tempo non è assoluto, allora anche ciò che chiamo realtà sembra perdere consistenza. Il colore, il suono, l’odore, la forma non esistono, ma sono solo risultati dell’interazione tra stimoli fisici e sistemi sensoriali.
Le mie sensazioni diventano così interpretazioni, costruzioni stratificate, prodotte da diverse componenti del mio corpo e della mente. Il corpo stesso, alla fine, è solo un sistema limitato, un dispositivo fragile, un flessometro imperfetto gettato dentro un universo che non riesce a misurare.
E così restiamo sospesi, continuamente costretti a negoziare il senso di ciò che esiste.

