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Il dono invisibile

Scritto da Giulia Carlucci
“È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.”
— Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry
 
Elena ha imparato tardi che il tempo non si trova. Si dà. Si riceve.
Non sta nelle ore libere, né nei pomeriggi che avanzano per caso, né in quel “dopo” che promettiamo alle cose importanti.
Il tempo accade quando qualcuno lo attraversa con te.
È qualcosa che si posa. Come luce sulle cose. Come una mano che resta un attimo in più del necessario.
Ci pensa mentre cammina, senza fretta apparente, con quel modo suo di stare nel mondo come se ogni passo fosse già una scelta.
Non ha mai avuto molto tempo. O forse sì. Ha smesso presto di sprecarlo.
Lo capisce una sera qualunque, di quelle che non avevano fatto alcuna promessa.
Un messaggio semplice:
“Se ci sei, passi da me?”
Elena risponde all’istante. Prima ancora di leggerlo davvero.
“Ci sono”.
La casa dell’amica è ordinata come certe vite che cercano di non cedere.
Le luci sono basse. Sul tavolo due bicchieri. Uno è già pieno.
 
“Verso anche per te,” dice, come se ci fosse bisogno di riempire qualcosa.
Si siedono.
All’inizio parlano come sempre. Cose leggere. Superficie che regge.
Poi arriva quel punto preciso in cui le parole si fermano e resta solo una scelta: dire la verità oppure no.
L’amica guarda il bicchiere. Non lo beve.
“Ti è mai capitato,” dice, “di avere la sensazione che il tempo non passi…ma si consumi?”
Elena non risponde. Aspetta.
“Non è solo che scorre,” continua. “È che sfiorisce. Come qualcosa che non riesci a vivere davvero.
Mi sembra di accumulare giorni senza accumulare senso.”
 
Quella frase resta sospesa tra loro, come qualcosa che non vuole cadere.
 
“Faccio tutto,” dice. “Lavoro, vedo persone, organizzo…”
Un gesto della mano, come se stesse tenendo insieme qualcosa di invisibile.
“Ma è come se niente fosse davvero mio.”
 
Elena resta ferma. Non interrompe.
 
“E poi ci sono le delusioni,” continua. “Non quelle grandi. Quelle piccole. Quelle che non racconti a nessuno perché sembrano stupide.”
 
Le conta senza guardarsi le mani.
 
“Le persone che pensavi restassero. Le cose che dovevano diventare qualcosa. Le versioni di te che non arrivano mai.”
Una pausa.
“È come se la vita si fosse messa a rimandare se stessa.”
Silenzio.
“E sai qual è la cosa peggiore?” “Che da fuori sembra tutto a posto.”
Alza le spalle.
“Io funziono.”
Quella parola pesa più di tutte.
Elena si avvicina appena. Non invade, ma non arretra.
“E tu dove sei?” chiede piano.
L’amica ci pensa. Per la prima volta davvero.
 
“Non lo so. Forse è questo il punto.”
Non piange. Non crolla. Ma qualcosa si incrina e si vede  nel modo in cui cerca di sistemarsi le mani senza riuscirci.
Elena le prende. Un gesto solo. Niente enfasi.
“Adesso sei qui,” dice.
In quel momento il tempo smette di scappare. Non torna indietro. Non si aggiusta.
Si ferma abbastanza da poter essere vissuto.
Restano così. A parlare a tratti. In silenzio il resto.
Il telefono vibra. Nessuna delle due guarda.
La sera si allunga. L’amica racconta ancora. Sogni rimandati. Amori che non hanno saputo restare.
Quella sensazione sottile che la vita stia sempre per cominciare ma non inizi mai davvero.
Elena ascolta. Tiene quel tempo come si tiene una porta aperta.
Quando si alza per andare, ormai è notte. 
“Grazie,” dice l’amica.
Tornando a casa, Elena cammina piano.
La città è quella di sempre, ma qualcosa si è spostato appena.
Pensa che il tempo, quando lo dai davvero, non cambia le cose.
Non salva. Non aggiusta. Non rimette insieme. Ma apre.
Uno spazio piccolo, preciso, in cui la vita smette di rincorrersi e si lascia raggiungere.
Forse è tutto qui. Non nel trattenere. Non nel recuperare. Nell’essere presenti quando qualcosa, anche solo per un istante, decide di accadere davvero.
Mentre ci pensa, senza bisogno di dirlo a nessuno, capisce che non si tratta di perdere tempo. Solo di riconoscerlo.
Di sapere che ci sono momenti che non servono a niente se non a questo: esistere insieme a qualcuno.
Forse sono proprio quelli a tenere in piedi tutto il resto.

About the author

Giulia Carlucci

Nata nel 1981, quando i telefoni avevano il filo e la pazienza era ancora una virtù, sono cresciuta con l’idea che le storie siano l’unica vera forma di sopravvivenza.
Laureata in Lettere, indirizzo Spettacolo — perché la realtà mi è sempre sembrata troppo poco sceneggiata — e specializzata in Cinema, nella speranza che almeno lì tutto abbia un montaggio sensato.
Leggo tanto e di tutto: romanzi, etichette dei detersivi, biglietti del tram dimenticati nelle tasche. Scrivo più in fretta di quanto riesca a parlare. Penso troppo. Ironica per autodifesa, commovente - così dicono- per sbaglio, riempio quaderni, file di Word e margini di bollette con parole che spesso fanno ridere, a volte fanno piangere, e ogni tanto fanno tutte e due le cose insieme.

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