La sera mangiarono in silenzio. Il televisore era acceso, volume basso. Notizie. Sempre le stesse facce.
Lui tagliava il pane con attenzione, come se potesse sbagliare.
Lei guardava il bordo del tavolo, una scheggiatura che non ricordava di aver fatto.
«Domani scioperano di nuovo», disse lui. Lo disse come si dice che l’indomani pioverà.
Lei annuì. Poi smise di masticare. Il boccone rimase fermo.
«Tu che ne pensi?» chiese lui.
Lei pensò a tutte le volte in cui aveva detto sì per stanchezza. A quando era più facile essere d’accordo che spiegarsi. Al rumore delle sedie tirate indietro nelle riunioni, sempre troppo in fretta.
«Non lo so», disse. Ma non era vero. Penso’ improvvisamente a quanto fosse costato quel silenzio. E senza accorgersene le parole le uscirono di bocca.
«Penso che parlano tutti», disse lei. «E che alla fine non cambia niente.»
«È sempre stato così.»
«No.» Lei scosse la testa. «È che ci abituiamo.»
Lui bevve un sorso d’acqua.
«Ti stai facendo carico di cose che non dipendono da te.»
«È quello che mi dici sempre.»
«Perché è vero.»
Lei sorrise appena. Non era un sorriso buono.
«E se invece dipendesse proprio da questo? Dal continuare a dire che non dipende da noi.»
Lui sospirò. «Vuoi discutere adesso?»
«No», disse lei. «Voglio smettere.»
«Cosa?»
Lei guardò il televisore. Le immagini scorrevano mute.
«Di essere d’accordo per stanchezza.»
Lui tacque un momento. Poi: «E cosa cambierebbe?»
Lei allungò la mano e spense lo schermo.
«Domani non entro», disse.
«Non serve», rispose lui.
«Lo so.»
«Allora perché»
Lei si alzò. Andò all’ingresso. Prese le chiavi dal gancio.
«Non sto chiedendo se serve», disse. «Sto dicendo che non entro.»
Lui rimase seduto.
Il pane davanti a sé, intatto.
Lei infilò la giacca. Aprì la porta. Si fermò un attimo, poi aggiunse:
«E non torno a spiegarmi.»
Chiuse piano.
Sul tavolo, la scheggiatura restò dov’era.

