Con la benedizione di un palcoscenico naturale il teatro è tornato ad adempiere al suo compito più alto: scuotere le coscienze ed estrarre dalla matrice classica dell’Agamennone di Eschilo le nostre inquietudini presenti. La drammaturgia riletta dalla penna arguta di Fabrizio Sinisi per Armonie d’Arte Festival (giunto alla ventiseiesima edizione) – nell’alveo della visione tracciata dalla direttrice artistica Chiara Giordano per il macrotema “Nuove rotte mediterranee“ e il focus “Approdi” – è andata in scena in anteprima nazionale, trasformando il 26 agosto, il Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium a Borgia (CZ) nel porto designato di un’umanità sradicata, spogliata d’ogni retorica ed esposta al giudizio della storia.
Questo allestimento ha rappresentato il cuore pulsante di un viaggio ben più ampio, che la direzione artistica ha voluto intitolare “Mito e teatro greco nello sguardo contemporaneo”. Una traiettoria narrativa intessuta di tappe memorabili: il respiro viscerale di Radio Argo Suite con Peppino Mazzotta, l’eco dolente di Penelope – Le donne di nessuno con Barbara De Rossi, la Trilogia tragica del mito antico (composta da Antigone, Cassandra ed Elena), fino alle sferzate d’ironia di Lisistrata affidata alla verve di Lella Costa.
Un filo di Arianna che ha attraversato i linguaggi sfociando nella danza con Verdi e Shakespeare – Trilogia della Brama, per poi risalire fino alla grande luce spirituale del Progetto Speciale Nacque al mondo un sole – XI Canto (atteso il 5 settembre 2026 alle ore 22.00 al Parco Archeologico Nazionale di Scolacium a Borgia CZ). Nel maestoso omaggio per gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, il verso dantesco incontrerà l’Ensemble e il Coro Lirico Siciliano diretto da Francesco Costa e l’intensa voce recitante di Sergio Assisi.
È la convinzione profonda di Chiara Giordano che anima questa trama: un festival ha il dovere di esplorare l’abisso per poter scorgere la luce. Oscurità e trascendenza non si escludono ma si intrecciano in una parabola umanistica le cui sfumature non possono essere ignorate e le macerie della guerra evocate dalla tragedia greca non sono che la prima curva di una traiettoria destinata a chiudersi nella grazia e nell’elevazione verso cui Dante e il Poverello condurranno il pubblico al termine della rassegna. Ombra e chiarore si rivelano due facce della stessa medaglia, specchi che rendono l’uomo ciò che è e che occorre attraversare per conoscere l’approdo vero della nostra esistenza, facendone qualcosa di realmente vivo nella sua travolgente bellezza e contraddizione.
È precisamente nell’oscurità di quel baratro che la messa in scena di Agamennone ha raggiunto una verità bruciante, retta da interpretazioni attoriali di eccezionale caratura.
Il tono cadenzato, ruvido e nel contempo limpido di Maddalena Crippa restituisce tutta l’ardente fame di giustizia e di vendetta di Clitennestra, mista a una delusione e a una stanchezza verso il mondo. La sua prova d’attrice si fa specchio del contrasto con l’arrendevolezza dei popoli di ogni tempo, schiavi di un potere che illude di maneggiare un’estrema autodeterminazione sotto il giogo della tirannia: una comunità che in realtà non sa che farsene della libertà e preferisce che sia qualcun altro a prendere le decisioni al posto suo. La polis eleva un sovrano, ma non sa comprendere le ragioni di una donna che si è fatta carico di un fardello non suo per sopravvivere all’ingiustizia più grande che una madre possa sopportare: la perdita della figlia Ifigenia, immolata in nome della belligeranza dal suo stesso padre. Di fronte a lei, Agamennone (nel corpo di Sergio Basile) – rientrato ad Argo a dieci anni dalla fine della guerra di Troia – attraversa l’iconico tappeto porpora, quel manto srotolato da Clitennestra per spingerlo a rimettere piede a palazzo calpestando un drappo riservato esclusivamente agli dei, dimostrando così di fronte a tutti la sua imperdonabile superbia.
Il sovrano appare inizialmente come la caricatura di un politicante attuale, pieno di sé, smanioso di fare demagogia e di sentirsi fintamente parte del popolo. Indagando sotto la superficie emerge il viso di un uomo arso dalla colpa genitoriale, che ha tradito il patto d’amore con la propria compagna di vita e ha perso l’occasione di vivere una purezza di quel sentimento in ragione del quale una risata sgorga dal cuore. Ha preferito inseguire la chimera delle armi che lo faceva sentire vivo nell’adrenalina, ma che gli proponeva al contempo la nostalgia di quella quotidianità che, prima gli sembrava la gabbia noiosa dell’idillio e che ora rimpiange disperatamente. Così, si avvicina al proprio destino inevitabile con la rassegnazione di un individuo smarrito, vecchio nella carne e nel pensiero, che non ha più nulla da perdere.
Il profilo di Cassandra, affidato a Emilia Scatigno, si impone come il più sfrontatamente contemporaneo. Nel suo corpo racchiude al tempo stesso la figura iconica di Malèna di Tornatore e la Bocca di Rosa di De André, per poi trasformarsi nel punto di snodo del dramma. Tra lei e Agamennone si instaura una relazione singolare, distante da qualsiasi dimensione carnale e fondata su un confronto serrato, in cui la servitù diventa paradossalmente reciproca: il sovrano è l’unico a credere davvero alle sue doti divinatorie, ed è proprio per questo che, dopo averla presa come preda bellica, rifiuta ostinatamente di ascoltarla. Sa che dandole ascolto finirebbe per credere a ogni sua parola, restandone sopraffatto. Se la profetessa è incatenata materialmente al proprio padrone, il re è a sua volta schiavo del potere di lei, spaventato da quella porta aperta sul domani da cui vorrebbe soltanto fuggire.
Nel misurarsi con una Clitennestra sorda al richiamo per timore di desistere dai suoi intenti punitivi, e con un re in fuga dalla propria fine, Cassandra diventa l’emblema di una femminilità ancora oggi lacerata da una società in cui figli, madri e nonne rappresentano il seme più puro, ma anche quello meno custodito. Ad un certo punto entra in pedana cantando persino Perdutamente di Achille Lauro, trasformando il pop d’oggi nel canto presago dell’oracolo.
A completare questo mosaico umano, le voci dei due cortigiani interpretati da Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoliesprimono tutta la rabbia e la livida violenza corporea di chi vive alla giornata e pensa soltanto alla propria stabilità. Senza alcuno scrupolo, questi uomini si prestano al gioco degli eventi senza rifletterci troppo attorno, per poi ritrovarsi irrimediabilmente con un pugno di macerie e di salme tra le mani.
Sotto la regia attenta e il disegno scenico di Gianluigi Fogacci, insieme ai costumi di Martina Mango, le musiche composte da Andrea Nicolini e le luci di Pietro Sperduti, la produzione targata Tieffe Teatro (Teatro Menotti di Milano) e Yuri Napoli ha travalicato la dimensione della semplice rappresentazione. È diventata il racconto plastico di come l’antico testo miceneo possa ancora approdare sulle coste del nostro tempo, ricordandoci che lo spettacolo dal vivo, quando risponde a un’urgenza autentica, ripropone il labirinto della realtà (ciclicamente immutata nell’essenza seppur variabile nell’estetica) davanti ai nostri occhi.
Si ringrazia Anna Trapasso: Ufficio Stampa Armonie d’Arte Festival
Galleria Fotografica: Massimiliano Natale












