Si dice che per vivere sereni si debba capire il prossimo. Che la comprensione sia la chiave della pace interiore. Eppure “Comprendere è impossibile”, diceva Primo Levi, parlando dell’abisso della Storia. E aveva ragione, ma non solo per gli abissi. L’affermazione vale anche per le piccole crepe quotidiane: il collega che in riunione propone l’ennesima inutile statistica; l’amico che si commuove per una serie tv che tu trovi profondamente trash; il tuo stesso desiderio improvviso di non vedere nessuno.
Cercare di comprendere veramente – di immedesimarci fino a dissolverci nell’altro, di afferrare il groviglio di cause, paure e neuroni che genera un’azione – è un’impresa titanica. È come voler contenere l’oceano in un bicchiere: il bicchiere si rompe e ti ritrovi con i piedi bagnati e la sensazione di essere un incompetente.
Ma poi arriva la seconda parte, il colpo di genio: “conoscere è necessario”. Ed è qui che il tragico si fa comico, e il comico, profondamente umano. Perché se comprendere è l’ideale irraggiungibile, il sogno del Buddha o dello psicanalista, conoscere è l’atto pratico, terragno, a volte ridicolo, della sopravvivenza.
Conoscere non significa abbracciare la verità. Significa raccogliere i cocci del bicchiere rotto e cercare di capire di che materiale erano fatti. Significa archiviare dati, anche assurdi: “La signora Maria si arrabbia se le si parla prima del caffè delle 10:32”. “Quel tal evento storico non è stato un semplice capitolo di libro, ma una macchina che ha tritato anime”. “Mio figlio considera ‘musica’ dei rumori che a me sembrano un modem sofferente”.
Conoscere è necessario proprio perché comprendere è un fallimento annunciato. È il nostro modo goffo, testardo e magnificamente irragionevole di tracciare una mappa di un territorio incomprensibile. Non capiremo mai perché il male esiste, ma possiamo conoscere i segnali che lo annunciano. Non capiremo mai fino in fondo nostra moglie, ma possiamo conoscere che adora il rosmarino e detesta l’ipocrisia. È un lavoro da archeologi frettolosi, che catalogano frammenti senza aver mai visto il vaso intero. Lo facciamo con la Storia, con gli altri, con noi stessi. È un compito senza gloria, infinito e un po’ folle.
Ma è necessario. Perché quella collezione di frammenti, quella mappa piena di errori, è l’unica cosa che ci impedisce di camminare a occhi chiusi nell’oscurità. Anzi, è ciò che trasforma l’oscurità in una stanza piena di spigoli: non la rende più luminosa, ma almeno sappiamo dove non sbattere la testa.
E forse, in questo conoscere senza comprendere, c’è un barlume di ironica saggezza: accettare che la ricerca della verità assoluta sia un vicolo cieco, ma continuare ad accendere il lumicino della conoscenza, anche solo per vedere dove abbiamo lasciato le pantofole.
L’Incomprensibile Necessità
Conoscere è necessario. È un compito senza gloria, infinito e un po’ folle. Ma necessario

