Il 24 dicembre del 1968, giorno della vigilia di Natale, gli astronauti Frank Borman, James Lovell e
William Anders, stavano completando il loro quarto giro intorno alla Luna. Se ne stavano stretti
come acciughe all’interno del Modulo di Comando, ormai da quattro giorni. L'unico modo per
muoversi era galleggiare a turno in un piccolo spazio sul pavimento sotto i sedili, ma non potevano
permettersi distrazioni o lamentele. Sentivano il peso di quella missione che sembra ancora oggi,
impossibile.
Mai nessun uomo era stato così lontano dalla Terra, mai nessun uomo era stato così vicino alla
Luna.
Erano partiti il 21 dicembre 1968, alle 7:51 del mattino, dalla rampa di lancio 39A del Kennedy
Space Center, in Florida.
Quel giorno, in molti, per assistere al lancio, si erano messi in viaggio in piena notte. Le strade si
erano presto intasate di automobili e intere famiglie giravano alla ricerca di un punto dal quale poter
vedere la rampa di lancio.
Illuminato dai riflettori, il razzo Saturn V, immenso, alto 110 metri come un palazzo di più di trenta
piani, era visibile a chilometri di distanza già in piena notte. Ora, nella luce radente del Sole appena
sorto, si ergeva come la materializzazione di una sfida lanciata al cielo: migliaia di tonnellate e una
potenza immensa per dimostrare che l’uomo poteva raggiungere la Luna.
Per le missioni Apollo erano state mobilitate risorse immense, oggi inimmaginabili: un
investimento economico senza precedenti, con un impiego di forza lavoro di più di 400.000 persone
e, di fatto, il monopolio tecnologico della neonata industria informatica. Quell’immenso
investimento di denaro pubblico ha permesso un ritorno economico stimato dai 3 ai 7 dollari per
ogni dollaro speso; è stato a tutti gli effetti un acceleratore con importanti ricadute scientifiche,
tecnologiche ed economiche, gettando le basi del mondo che stiamo attualmente vivendo.
Ma non era solo questo: gli Stati Uniti, con le missioni Apollo, dovevano dimostrare di essere in
grado di portare l’uomo sulla Luna prima di tutti e prima della fine del decennio, come promesso
dal presidente Kennedy.
Un'esibizione di potenza tecnologica e militare che, insieme al trionfo dell’ingegno, alla meraviglia
e all’emozione di un’impresa umana così epica, si portava dietro il sapore amaro dell’arroganza,
della supremazia, della convinzione che tutto a noi sia dovuto. La convinzione che tutto sia terreno
di conquista, anche l’arida Luna, e che per questo si abbia il diritto di piantare una bandiera sul
terreno e pensare: “Questo è mio”.
In ogni caso i tre erano intenti ognuno a svolgere minuziosamente il proprio compito. Erano appena
usciti dalla parte nascosta della Luna. La capsula iniziò a ruotare come previsto dal piano di volo.
Anders osservava il terreno lunare dal finestrino laterale e inaspettata, non pensata, non immaginata,
oltre il bordo grigio e butterato della Luna comparve la Terra: una sfera luminosa, azzurra e bianca,
bellissima, sospesa nel nero dello spazio.
Nelle registrazioni di bordo, si sente Anders esclamare: «Oh mio Dio! Guarda quell'immagine
laggiù! C'è la Terra che sta salendo. Wow, non è bellissima?».
La Terra albeggiava dall’orizzonte grigio della Luna e si mostrava nella sua meravigliosa,
bellissima fragilità. Quell’immagine, resa possibile grazie a un’impresa che aveva alimentato
visioni di espansione e dominio, mostrava la Terra per quello che veramente è: senza confini
politici, piccola, luminosa e bellissima.
Era la vigilia di Natale e Borman, Lovell e Anders, se ne stavano stretti come acciughe all’interno
del Modulo di Comando.
Mai nessun uomo era stato così lontano dalla Terra, mai nessun uomo era stato così vicino alla
Luna.
Anders scattò in tutta fretta una delle fotografie più celebri della nostra storia recente. L’alba della
Terra non lascia indifferenti di fronte a così tanta bellezza.
La fotografia, nata da un progetto per dimostrare una supremazia geopolitica, è diventata il simbolo
del valore della pace e della difesa dell’ambiente. La bellezza della Terra diventa così salvifica,
perché apre alla conoscenza, alla cura, alla generosità, alla responsabilità.
Anni dopo, Anders dirà: «Abbiamo fatto tutta questa strada per esplorare la Luna, e la cosa più
importante è che abbiamo scoperto la Terra.»

