Quando Dostoevskij disse che la bellezza avrebbe salvato il mondo, nessuno pensò di chiedere al mondo se fosse d’accordo.
La bruttezza invece si offese moltissimo. Non tanto per la faccenda della salvezza, quanto per non essere stata nemmeno presa in considerazione. Così, dopo aver consultato un avvocato specializzato in questioni estetiche, presentò ricorso.
L’udienza fu fissata per un giovedì mattina, ma venne rinviata perché il giudice, uno specchio antico con una certa inclinazione alla malinconia, si rifiutava di guardarsi. Sosteneva di aver visto troppe cose e di non essere più in grado di distinguere i fatti dalle finzioni.
Come testimone fu convocato un tulipano, si presentò un carciofo.
«C’è stato un errore», disse la bruttezza.
«Non necessariamente», rispose il carciofo. «Dipende da cosa intende per errore».
A quel punto il pubblico cominciò ad agitarsi. Una signora in terza fila dichiarò che la bellezza, secondo lei, avrebbe dovuto almeno pagare le tasse. Un uomo calvo domandò se la salvezza comprendesse anche la ricrescita dei capelli. Il cancelliere, che era un mazzo di chiavi, non riuscì a mettere ordine perché aveva perso quella giusta.
La bellezza, nel frattempo, non si era presentata. Pare fosse in un bar, intenta a discutere con un limone sul prezzo del tramonto. Il mondo aspettava fuori dal tribunale, seduto su una panchina. Aveva un’aria stanca e le scarpe slacciate.
«Secondo lei mi salveranno?» chiese a un passante.
«Da cosa?»
Il mondo ci pensò un momento.
«Non saprei. È questo il problema».
Il passante era un bambino con un impermeabile giallo. Gli allacciò le scarpe e se ne andò senza chiedere niente in cambio.
Il mondo si alzò, fece qualche passo e, per la prima volta dopo secoli, smise di aspettare.
Dentro il tribunale, intanto, il carciofo aveva confessato di essere un tulipano travestito. Il giudice si era finalmente guardato e aveva scoperto di essere una finestra. La bruttezza aveva ritirato il ricorso, non perché avesse cambiato idea, ma perché si era innamorata nel frattempo dell’avvocato.
La sentenza non fu mai pronunciata. Dostoevskij, da qualche parte, continuava a dormire e il mondo, che nessuno aveva ancora salvato, cominciò di nuovo a camminare e decise di presentare di nuovo un reclamo.
Allo sportello gli dissero che avrebbe dovuto rivolgersi alla bellezza.
«Ma la bellezza è irreperibile».
«Allora provi con la bruttezza».
La mattina dopo il processo, il mondo si presentò di nuovo in tribunale con un avvocato nuovo. Era un fenicottero rosa, molto elegante, che parlava soltanto in latino e fatturava a ore.
«Chiediamo che la bellezza venga condannata per omissione di soccorso», dichiarò.
La bellezza, raggiunta telefonicamente, riattaccò.
«E la bruttezza?» domandò il giudice.
«È irreperibile. Pare si sia rifatta.»
A quel punto il giudice-specchio chiese una pausa. Doveva consultarsi con la propria immagine riflessa, ma l’immagine aveva preso un giorno di permesso. Il processo fu aggiornato a data da destinarsi.
Il mondo tornò a casa, si tolse le scarpe e si sdraiò sul divano. Accese la televisione. Un esperto spiegava che la felicità dipendeva dalla capacità di accettarsi, mentre un altro sosteneva che bastava comprare il materasso giusto. Il mondo ci pensò, poi comprò un materasso.
Dormì per dodici ore e sognò di essere un cetriolo in un campo di tulipani.mAl risveglio si sentiva benissimo.
Decise di non raccontarlo a nessuno, almeno per ora.
Per essere salvato il mondo attendeva un nuovo domani.

