Da piccola facevo le bolle di sapone in cortile. Le guardavo salire convinta che potessero arrivare chissà dove, anche se vederle scoppiare non mi lasciava mai davvero sorpresa. Un po’ come la memoria che vaga lontana, fragile, facile da perdere.
Gli errori, quelli, sembrano restare più a lungo. Si posano in un punto preciso del cuore, fino a cambiarne il colore.
Parole dette male, silenzi, occasioni sprecate, persone ferite senza che abbiano fatto davvero nulla per meritarselo.
Per anni ho creduto che crescere significasse dimenticare. Andare avanti senza titubanze, inibirsi dal reagire, smettere di sentire.
Poi ho capito che la memoria non serve a tenerci prigionieri del passato, ma a impedirci di tornarci dentro senza accorgercene nemmeno.
Serve a riconoscere il momento esatto in cui stiamo per diventare la versione peggiore di noi stessi.
Non bisogna permettere al tempo di lavare via la coscienza, occorre il coraggio di fermarsi prima che un errore diventi abitudine.
Perché certe cose non si rompono all’improvviso ma iniziano a spegnersi lentamente, ogni volta che scegliamo di non vedere, o peggio, di vedere solo noi stessi.
La parte di noi che resta
Non bisogna permettere al tempo di lavare via la coscienza, occorre il coraggio di fermarsi prima che un errore diventi abitudine

