“Non ti spaventare se un giorno sentirai che qualcosa stona”, le dico mentre giochiamo a intrecciare bracciali sul tavolo.
“Il dissenso nasce così: una nota fuori posto nel coro”.
Lei mi guarda con quegli occhi curiosi e profondi, mi chiede com’ero da giovane, cosa amavo fare.
Sorrido. Non per nostalgia.
Piuttosto per concedermi un attimo, il tempo di rimettere in fila i pensieri.
“Avevo vent’anni e mi dicevano che esageravo. Sempre. Esageravo quando non abbassavo lo sguardo, esageravo quando dicevo “no”, esageravo quando pretendevo di decidere del mio corpo, del mio lavoro, della mia voce”.
Le racconto delle strade battute con gambe stanche e scarpe sottili, dei cartelli scritti a mano con la vernice, delle assemblee che odoravano di fumo e speranza.
Le racconto di quando un uomo, una volta, mi disse:
“Sei intelligente, peccato tu sia così arrabbiata”.
E di come capii, in quell’istante, che la mia rabbia era il mio linguaggio più vero.
“Il dissenso non è urlare sempre”, le spiego.
“Più spesso è restare dritte quando ti vogliono piegata. È non ridere a una battuta che ti riduce a un oggetto. È dire: questo non è normale, anche se tutti fanno finta che lo sia”.
Le confesso che avevo paura, che mi sentivo diversa. Che non eravamo eroine ma donne stanche di essere grate per le briciole.
“Abbiamo lottato affinché tu potessi scegliere”, le dico.
“E proprio per questo dovrai stare attenta quando ti diranno che non c’è più nulla per cui lottare”.
Non è facile accorgersene presto, quando si torna indietro non lo si fa mai correndo. Ci si arriva piano. Con parole addolcite, leggi ambigue,
con diritti che diventano concessioni. Con la libertà che viene chiamata capriccio.
Lei abbassa lo sguardo, stringe il bracciale tra le dita.
“E se mi sentirò sola?”
Le prendo la mano.
“È proprio lì che non dovrai tradirti. Quando spegnere il faro sembrerà la scelta più sicura, sappi che perdere l’approvazione è comunque meno grave che perdere te stessa”.
Le dico che non tutte le battaglie si vincono, ma che ogni volta che una donna dice “no” al silenzio, qualcosa resta aperto. Un’opportunità, una speranza.
“Bada bene”, le sussurro, “il dissenso non è violenza ma cura della libertà. E quella, se smetti di difenderla, non torna da sola”.
Lei annuisce.
E in quel gesto piccolo, la vedo confondersi nei ricordi.
Davanti a me una sedia vuota: non c’era più, forse non c’era mai stata.
Le parlavo in anticipo, come si fa con le cose che contano davvero.
Non so quando arriverai.
Ma quando succederà, questa conversazione sarà già parte di noi.
Copertina ripresa dalla foto di copertina del libro
Tano D’Amico. Ediz. illustrata
Éditions Mimésis

