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Io e il rumore

Scritto da eineBerlinerin

Se dovessi raccontarmi (e già questo è sospetto), dovrei partire da un televisore acceso in una stanza buia. La luce blu che pulsa sul volto è la prima forma di teologia americana: promette rivelazione continua, redenzione in tempo reale, l’illusione che nulla ci sfuggirà.
Ho passato una parte considerevole della mia vita a chiedermi perché abbiamo così disperato bisogno di essere intrattenuti mentre veniamo informati. Perché la notizia, che dovrebbe ferire, incrinare, destabilizzare, viene servita con la glassa dell’infotainment. Perché il dolore del mondo deve avere un ritmo incalzante, una grafica accattivante, uno stacco pubblicitario.
Non è solo una questione di media. È una questione di desiderio. L’informazione pura è opaca. È lenta. Non ci lusinga. Non ci mette al centro. L’infotainment invece ci accarezza: ci fa sentire intelligenti senza costringerci a pensare troppo, coinvolti senza rischiare nulla. È una macchina perfetta di dopamina morale. Siamo spettatori che credono di partecipare.
Il problema non è che le notizie siano spettacolarizzate. Il problema è che abbiamo imparato a desiderarle così.
Viviamo in un’epoca in cui la tragedia deve competere con il meteo, in cui la guerra deve avere un hashtag, in cui il lutto deve essere condivisibile. Il dolore non è più qualcosa che attraversa, ma qualcosa che scorre. Scrolliamo la sofferenza altrui con il pollice. La consumiamo come contenuto. E io, che ho scritto pagine infinite su tennisti depressi e tossicodipendenti lucidi, non sono innocente. Anche la letteratura può diventare infotainment: un modo elegante per trasformare l’angoscia in performance. La differenza, se esiste, sta nel tempo. La letteratura chiede tempo. La notizia-spettacolo lo divora.
Il telegiornale moderno non informa soltanto: costruisce un clima emotivo. Ti dice come sentirti prima ancora di dirti cosa è accaduto. La musica sotto, il tono del conduttore, la scelta delle immagini, tutto è calibrato per produrre una risposta. Non devi pensare; devi reagire. E reagire è più facile che comprendere. Comprendere richiede silenzio. Richiede la possibilità di restare con qualcosa che non è immediatamente gratificante. Ma il silenzio, oggi, è sospetto. Il silenzio non genera click. Il silenzio non trattiene lo spettatore.
Così diventiamo dipendenti dal flusso. Non tanto dalle notizie in sé, ma dall’esperienza di riceverle. Dalla scossa costante dell’aggiornamento. Dalla promessa che qualcosa di urgente sta sempre accadendo altrove.
Altrove è la parola chiave.
L’infotainment ci tiene lontani da noi stessi. Ci fa sentire coinvolti nel mondo mentre evitiamo il confronto con la nostra interiorità. Possiamo indignarci, commentare, condividere,  tutto senza dover sostare nel vuoto che ci abita. La notizia diventa un anestetico sofisticato.
Eppure, sotto questo rumore continuo, c’è una fame diversa. Una fame di autenticità, di contatto reale, di parole che non siano progettate per catturare attenzione, ma per dire qualcosa di vero. Il vero non è spettacolare. È spesso scomodo, ambiguo, lento. Non si presta a titoli lampeggianti. Non entra facilmente in un feed.
La mia ossessione, quella che attraversa i miei libri come un filo elettrico scoperto, è sempre stata questa: come restare umani in un sistema che monetizza la nostra attenzione? Come parlare di dolore senza trasformarlo in intrattenimento? Come scrivere senza sedurre troppo?Non ho risposte definitive. Ho solo tentativi.
Forse la resistenza comincia da un gesto minuscolo: spegnere. Non il mondo, ma il flusso. Creare uno spazio in cui l’informazione possa tornare a essere esperienza e non consumo. In cui la notizia non sia un diversivo, ma un incontro.
Perché alla fine la questione non è mediatica, è etica. Ogni volta che scegliamo cosa guardare, cosa leggere, cosa condividere, stiamo scegliendo che tipo di coscienza vogliamo abitare. L’infotainment ci offre una coscienza leggera, mobile, sempre aggiornata. Ma La maturità vera è accettare il peso di non essere continuamente intrattenuti. Accettare che il mondo non è uno spettacolo. E che noi non siamo il suo pubblico.

About the author

eineBerlinerin

Sono figlia del mio tempo e cerco il mio linguaggio dopo aver attraversato il dolore vero, quello grande e profondo che pare spaccarti il cuore. A cui io ho deciso di sopravvivere cambiandogli semplicemente una lettera, e così il dolore è diventato colore

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