Non serve tramutare una cornice antica in una cartolina per renderle giustizia: basta farci scorrere dentro la vita vera. L’11 agosto, Il Museo e Parco Archeologico di Scolacium a Borgia (CZ) si è trasformato in un palcoscenico diffuso per il concerto di Eman, tassello del Venitinda Fest.
La rassegna estiva plasmata per il Parco (che proseguirà fino a settembre) è pensata come un’arena cangiante nella quale la storia dialoga con spettacoli teatrali, cinema, esperienze immersive e musica.
Si concretizza così la visione di Elisa Nisticò, direttrice del Polo Museale e del suo gruppo di lavoro: prendersi cura del patrimonio archeologico significa non chiuderlo in un silenzio imperscrutabile ma farlo vivere oggi, stringendo un patto con gli artisti, con il pubblico e con chiunque abbia voglia di condividere un cammino culturale che valorizzi il territorio.
A costruire la trama sonora della serata ha contribuito l’intesa di una formazione affiatata e di grande impatto: Daniele Greco con il suo tocco essenziale alle chitarre, Michele Santoleri a dettare la spinta ritmica dalla batteria, Daniel Mastrovito a ricamare gli sfondi elettronici e Stefano Rossi a tenere salde le fondamenta col suo basso. Un quartetto potente che ha guidato la platea in un viaggio tra i brani dell’ultimo disco, Magarìa, e i pezzi storici che accompagnano da sempre il pubblico del cantautore catanzarese Emanuele Aceto (Eman).
I brani del nuovo album hanno trasmesso una forte tensione poetica, ideale e civile. Con Una canzone in gola, Eman ha sciolto quel nodo di parole irrisolte che rimangono bloccate nello stomaco quando la realtà supera la capacità di esprimerla, per poi passare all’intimità spoglia di Cura di me, che affronta la difficoltà di scoprirsi fragili nella vita reale quando il digitale impone di “offrire” di sé e di intercettare dagli altri una falsa perfezione. L’energia di Supernova ha fatto esplodere il pop dinamico e calzante del disco, lasciando poi spazio al ritmo serrato di Barricate, un monito sonoro a erigere fortini di resistenza intellettuale contro l’indifferenza e il sopruso, in contrapposizione a chi si arricchisce sulle guerre e sulla sofferenza altrui, valicando pure le gabbie virtuali. Tra le tracce più emblematiche dell’ultimo corso, La peste ha affrontato senza ipocrisie il peso intangibile dei malanni dell’anima da cui si cerca una salvezza ostinata; L’equilibrista ha invece restituito la vertigine di chi cammina sospeso sul filo delle proprie incertezze e la struggente Luce dalle crepe ha ricordato che il dolore e l’assenza non vanno anestetizzati, perché è proprio attraverso le spaccature che la vita torna a muoversi anche nel ricordo di chi abbiamo amato, mutando pelle. A coronare questa nuova fase, la title track Magarìa, omaggio quasi ancestrale alla grazia di sapersi radicati. È suggestivo notare come non manchino mai, in tutto il repertorio, gli echi di un dialetto che è lingua di verità.
Attorno alle novità, le canzoni storiche hanno sollecitato la partecipazione della platea dimostrando, come ribadito dallo stesso Eman, quanto ritrovarsi in luoghi che hanno visto sedimentare così tanta storia umana ci aiuti a comprendere la valenza solitaria e collettiva dell’avventura vitale. Alzare la voce per sé e “raddoppiare il fiato”, l’azione, l’amore, muovendosi per e con gli altri, questa è forse la vocazione di ciascuno. Con la dolce resa del disincanto, ne Il Matto, Emanuele smaschera la corsa al consenso per rivendicare il peso specifico della vita, riscoprendo lentezza e purezza in barba a chi ci considera folli, mentre l’impeto di Svegliati ha ricordato che la spinta al cambiamento parte solo da scelte dirette e personali.
Le sfumature di Tutte le volte hanno raccontato quanto anche le relazioni spezzate rimangano dentro di noi come materia formativa, laddove Giuda ha rievocato la folgorante esperienza che ci pone di fronte alle nostre ombre recondite.
La lucida e dichiarata follia, mai categorizzabile per stile e resa interpretativa di Insane, si è intrecciata all’energia viscerale di Danziamo dentro al fuoco , invito ad attraversare la tenerezza e la ruvidità della vita, creando un contraltare perfetto all’inquietudine notturna di 3 A.M.
Il racconto prosegue fluido sul corso di Fiume tra confessione e impeto liberatorio, per poi imbattersi nelle geometrie e nelle solitudini metropolitane di Milano.
L’altalena emotiva di Giorno e notte ha dato voce alle contraddizioni quotidiane con piglio scanzonato, fondendosi con lo stornello accorato di Dammi da bere e all’onestà ossessiva de Il mio vizio che ha messo a nudo debolezze universali, giocando con l’idea fatua di un porto sicuro che spesso si cela dietro la tensione sensuale di un’intesa. Nel ricostruire un itinerario che mantenesse sempre salda la propria identità, l’artista calabro si è affidato all’asprezza senza filtri di Come Aceto che, introspettiva e verace, ha aperto la strada all’abbraccio corale di Amen, canzone divenuta manifesto intimo e inno riconoscibile.
Lungo il suo percorso artistico Eman non rinuncia a perseguire una limpidezza comunicativa e una coerenza tematica, grazie alle quali l’impronta del cantautorato incontra le atmosfere contemporanee e i suoni popolari, saggiando a tratti un rap genuino che sfrutta la lingua madre. Emanuele ha fatto i conti fin da bambino con le parole “incantate” su cui non inciampava solo cantando e leggendo e continua a trovare nella musica la ragione per credere in sé: nel proprio istinto creativo, nella fragilità di essere uomo e nel mettersi a nudo. Solo così, fare a botte con i fantasmi e poi cantare di quotidianità, amore, sofferenza e dubbio, diventa il gioco serio di chi ha fame di vita.
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