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E noi amiamo la vita

Scritto da Giulia Carlucci

I bambini disegnano sempre il futuro più grande della realtà. Uno di loro ha disegnato una finestra piena di tende mosse dal vento

“E noi amiamo la vita, se troviamo ad essa una via.”
Mahmoud Darwish 
 
A Gaza il mare respira accanto alle macerie. È una delle cose che Mariam pensa ogni mattina quando apre la finestra della cucina e sente l’odore del sale mescolarsi a quello della polvere. Le sembra quasi assurdo, mare fronte macerie.  Come un giradischi lasciato acceso durante un incendio. Suo figlio Sami dorme ancora sul materasso steso per terra. Dorme con una mano chiusa a pugno, come se trattenesse qualcosa anche nel sonno. I bambini a Gaza imparano presto a stringere. Stringono il pane, le mani degli adulti, i giocattoli rotti, le parole che non sanno dire.
Mariam mette l’acqua a scaldare in una pentola ammaccata. Il gas va e viene. Anche l’elettricità. Anche le notizie. Anche la speranza, molte volte.
Fuori, il giorno comincia con il rumore distante di qualcosa che cade. Non si capisce mai bene cosa. Un muro. Un balcone. Una vita. Eppure il panettiere all’angolo apre lo stesso. Questo è il punto che il resto del mondo forse fatica a capire: la vita insiste. Non eroicamente. Non come nei film. Insiste e basta. Con ostinazione biologica.
Le persone continuano a innamorarsi. A discutere. A piegare il bucato. A cercare il sale. A chiedersi se i pomodori siano troppo cari.
Continuano perfino a offendersi per cose futili, la forma più alta di resistenza umana: conservare il diritto alla banalità.
Mariam lo pensa mentre attraversa la strada con una borsa di stoffa consumata e il velo fermato male tra i capelli. Una volta insegnava letteratura araba in una scuola vicino al porto. Parlava ai ragazzi di Mahmoud Darwish e diceva che le parole servono quando il mondo tenta di toglierti perfino il nome delle cose. Adesso la scuola non esiste più. Ma lei continua a ricordare a memoria quei versi. Li ripete dentro di sé come si fa con le preghiere, quasi fossero istruzioni di sopravvivenza.
Al mercato incontra Youssef, che vende arance ammaccate sopra cassette di legno mezze rotte. Lui sorride ancora. Mariam non sa come faccia. Forse ci sono persone nate con una minuscola lampadina interna che continua a fare luce anche durante i blackout.
“Oggi il mare è calmo”, le dice.
Come se fosse una notizia importante. Forse lo è davvero.
Perché quando vivi in un luogo dove tutto può spezzarsi da un momento all’altro, la calma diventa un avvenimento. Quasi una festa.
Mariam compra tre arance e un piccolo sacchetto di menta fresca. La annusa per un secondo prima di metterla nella borsa. Le ricorda sua madre che preparava il tè nelle sere d’estate, quando ancora si lasciavano le finestre aperte fino a tardi e il rumore più forte era quello dei ragazzi che giocavano a pallone per strada.
Le sembra incredibile come la memoria scelga sempre dettagli inutili per salvarci. Non ricorda più alcune date. Ha dimenticato il colore di certi vestiti. Perfino alcune fotografie ormai le sembrano confuse. Ricorda perfettamente il rumore del cucchiaino contro il bicchiere del tè. Ricorda il profumo del sapone steso al sole. Ricorda il modo in cui Sami, da piccolo, pronunciava male la parola “farfalla”.
Vita è anche questo: restare fedeli a dettagli minuscoli mentre il resto del mondo cambia forma troppo in fretta.
Tornando a casa, Mariam vede Sami seduto sui gradini con altri bambini. Disegnano con pezzi di gesso trovati chissà dove. Case enormi. Alberi sproporzionati. Cieli troppo azzurri.
I bambini disegnano sempre il futuro più grande della realtà. Uno di loro ha disegnato una finestra piena di tende mosse dal vento.
 
“Questa è casa mia!”
 
Mariam pensa così che gli esseri umani hanno bisogno soprattutto di questo: immaginare una casa, un luogo tranquillo in cui poter abbassare le difese. La sera, nel palazzo, qualcuno mette una radio a volume bassissimo. Arriva una canzone vecchia, disturbata dal fruscio. Sente una donna ridere nell’appartamento accanto. Due fratelli litigano per una coperta.
La vita continua, anche adesso. Anche qui.
Mariam prepara il riso lentamente, cercando di far sembrare la cena qualcosa di normale. Per Sami apparecchia perfino bene il piatto, anche se sono rimasti pochissimi bicchieri intatti.
Perché gli adulti, certe volte, fanno questo: continuano a costruire piccoli gesti ordinati nel mezzo del caos per impedirgli di entrare completamente dentro le persone che amano.
Dopo cena salgono sul tetto. Dal palazzo si vede il mare diventare scuro, quasi viola. L’aria della sera porta con sé odore di fumo e sale insieme. Una contraddizione che ormai appartiene al paesaggio.
Sami le si avvicina e appoggia la testa contro il suo braccio.
 
“Mamma- le chiede sottovoce- secondo te il mare si ricorda di tutto?”
 
Mariam resta in silenzio.
 
Pensa alle barche sparite. Alle voci. Ai nomi. Ai corpi. Alle estati di tanti anni prima, quando le persone uscivano la sera solo per mangiare gelati e lamentarsi del caldo.
Pensa che forse i luoghi hanno memoria. Che i muri assorbono le paure. Che il mare li osserva e custodisce tutto.
Poi guarda Sami.
La vita non è soltanto sopravvivere.
Continuare a lavare una tazza anche quando potresti lasciarla sporca. Tenere da parte l’ultima bustina buona di tè per un ospite che speri  torni. Aggiustarsi i capelli davanti a uno specchio rotto. Ripetere “domani” anche quando il domani fa paura.
Si continua a vivere proprio per le cose piccole. Per il profumo del pane caldo. Per una canzone sentita da lontano. Per il vento che entra dalla finestra. Per qualcuno che ti chiama ancora per nome. Gli accarezza i capelli e si appoggia appena.
 
“Sì.- dice- Secondo me il mare ricorda tutto. Soprattutto di noi.”

About the author

Giulia Carlucci

Nata nel 1981, quando i telefoni avevano il filo e la pazienza era ancora una virtù, sono cresciuta con l’idea che le storie siano l’unica vera forma di sopravvivenza.
Laureata in Lettere, indirizzo Spettacolo — perché la realtà mi è sempre sembrata troppo poco sceneggiata — e specializzata in Cinema, nella speranza che almeno lì tutto abbia un montaggio sensato.
Leggo tanto e di tutto: romanzi, etichette dei detersivi, biglietti del tram dimenticati nelle tasche. Scrivo più in fretta di quanto riesca a parlare. Penso troppo. Ironica per autodifesa, commovente - così dicono- per sbaglio, riempio quaderni, file di Word e margini di bollette con parole che spesso fanno ridere, a volte fanno piangere, e ogni tanto fanno tutte e due le cose insieme.

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