C’era un luogo, un piccolo spazio invisibile che si apriva tra un pensiero e l’altro, tra i suoi respiri.
Lei lo percepiva quando l’acqua le scivolava sulle mani o quando il vento attraversava la stanza come se cercasse qualcuno da sfiorare.
Non era mancanza, era una densità sottile, una materia fatta di ciò che non si dice.
Lì abitavano le parole che aveva smesso di pronunciare, i gesti non compiuti, i baci sospesi, le lettere mai inviate.
Tutto ciò che non era accaduto si rifugiava in quel vuoto che, a guardarlo bene, brillava come una bolla di sapone. E saliva su.
Non c’era niente da capire.
Il vuoto era pieno.
Bisognava solo avere il coraggio di restarci, senza scappare.
Era come una pausa tra due note quella che rende possibile la melodia.
Nel vuoto le cose respiravano diversamente. I pensieri si alleggerivano, la sua pelle smetteva di chiedere, le ferite diventavano porte socchiuse.
Non c’era desiderio, né paura
solo spazio. E in quello spazio tutto poteva accadere.
Era lì che nascevano le idee, le intuizioni, gli amori nuovi.
Era lì che la vita si preparava a ricominciare, come la marea che si ritira solo per tornare più piena.
Ora, quando quel momento arrivava, lei non lo temeva più.
Chiudeva gli occhi e si lasciava cadere.
Sentiva il vuoto accoglierla, cullarla, restituirla a se stessa. E capiva che non era mancanza, ma un altro modo di essere pieni: pieni di possibilità, di silenzi, di respiri.
Pieni di ciò che ancora non era nato ma già esisteva nel cuore del vuoto.
Bolle di sapone
In quello spazio tutto poteva accadere. Era lì che nascevano le idee, le intuizioni, gli amori nuovi. Era lì che la vita si preparava a ricominciare, come la marea che si ritira solo per tornare più piena.

