La prima volta che se ne accorse fu mentre apparecchiava.
Mise due piatti e rimase ferma a guardarli. Non ricordava perché due, non c’era nessuno che dovesse arrivare. Lasciò stare così, appoggiò le posate lo stesso, una di fronte all’altra.
Mangiò in silenzio.
Ogni tanto alzava gli occhi, come se qualcuno dovesse dire qualcosa, ma niente non succedeva niente. Solo il rumore della forchetta contro il piatto.
Finito di mangiare, non sparecchiò subito, rimase seduta a guardare la sedia di fronte. Non era triste, era più simile a quando si aspetta che inizi qualcosa.
Il giorno dopo fece lo stesso e quello dopo ancora.
Una sera parlò, disse una cosa qualsiasi, a bassa voce. Mica per sentirsi ma per vedere come suonava nella stanza. La frase rimase lì, sospesa un momento, poi sparì.
Continuò così per settimane.
Non era teatro, non proprio, non c’era una storia, solo gesti che si ripetevano. Un bicchiere riempito, il piatto spostato, una parola detta a metà.
A volte le sembrava che qualcuno stesse per entrare davvero, si voltava. Nessuno.
Una sera tolse il secondo piatto, mangiò più in fretta.
Quando finì, si alzò e portò tutto in cucina. Si fermò con le mani nel lavandino. L’acqua scorreva.
Capì che non stava aspettando più nessuno.
Tornò in sala. La sedia di fronte era vuota, come sempre.
Si sedette, rimase lì a guardare.

