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Woodstock oltre l’amore, la pace e la musica

Michele Tarzia
Scritto da Michele Tarzia

Woodstock, ancora oggi, rimane un’essenza di ritualità conforme alle visioni edonistiche della musica, dell’arte e dell’umanità primordiale.
Il film di Wadleigh ne rappresenta un documento visivo che si fa portatore di un suono unico e irripetibile.

Occorre fare una piccola premessa – un preludio – prima di catapultarci nel mondo mistico di Woodstock. Il 29 agosto 1952, sempre (lì), più precisamente nel campo di Bethel, avvenne un concerto che segnò le sorti della musica. La composizione che diede una rottura con tutto ciò che c’era prima e che aprì una fenditura con tutto ciò che avvenne dopo. Parlo della prima presentazione al pubblico di 4’33” di John Cage, opera sacrale e di assoluta lungimiranza. In quello stesso posto, anni dopo, un altro grande avvenimento rimarrà impresso nella musica: Woodstock.
1969/2019 (ed è subito storia).
Un’istantanea lunga cinquant’anni, uno spettacolo (o meglio, un evento) che fu e che sarà ricordato come il concerto più leggendario della storia. Cinquant’anni e ancora qui a scrivere di quei tre giorni che crearono un momento di rottura/apertura nel panorama della musica e della società.
Wolf Vostell, artista poliedrico e padre fondatore della videoarte nonché della videoinstallazione, scrisse una frase memorabile che difinì il senso della vita e che ancora oggi riesce a creare un’immersione nella cosiddetta ‘arte totale’: << …l’arte come spazio, lo spazio come ambiente, l’ambiente come evento, l’evento come arte, l’arte come vita >>.
Era il 1964 e da lì a poco ci sarebbe stato non solo Woodstock, ma tutto quel periodo meraviglioso dell’arte concettuale, degli happening, dell’arte video, della musica sperimentale, ma anche della poesia Beat, nata molti anni prima ma che confluirà nel maggio ’68 e nelle visioni a seguire.
Guardare a Woodstock come un semplice concerto non è abbastanza. Bisogna rivedere il film anni dopo per capirne la vera essenza storica che ha contribuito a cambiare. L’evento come arte, si. L’evento diviene il motore propulsore di una generazione di donne e uomini che cambieranno le sorti degli anni a seguire. L’evento è tutto. É occasione di ribellione, di mostra, di politica e ambiente. L’evento diventa arte e si fa narratore di vita.
Contenere i limiti dell’espressione artistica all’interno dell’evento, come il concerto in questione, non diventa una semplice “gestione” degli avvenimenti. Il molti casi, si evidenzia la necessità – a volte scontata – di lasciar andare le cose e far sì che il caso diventi il pensiero costante e libero di tutto quello che accade o potrebbe accadere.
A Woodstock, d’altro canto, si è stati aperti alla vita. Aperti come esperienza di un ‘vissuto’, di un laborioso pensiero mentale che soprattutto in quegli anni faceva il suo giro attraverso le droghe che ne enfatizzavano tutte le percezioni possibili. Sesso droga e rock’n’roll, si suol dire.
Questo mood, consapevole alle volte, dissacrante e irrazionale nella gran parte dei casi, diventa il motto e il modo di “fare/vivere” di molte generazioni future, dei figli dei fiori e della contro cultura.
The Who, Woodstock live – 1969
Michael Wadleigh
, regista del film su Woodstock, filma, insieme alla sua vasta troupe, non solo i tre giorni effettivi del concerto, ma ci dona la visione di ciò che successe qualche giorno prima e dopo. La durata del film, molto lunga, rappresenta una rivisitazione dell’evento stesso, come se fossimo catapultati totalmente sul palco a (ri)vivere le varie esperienze, vicessitudini, gioie, incazzature, esaltazioni che tutti gli artisti vivevano. Appunto, un’immersione totale nell’evento e nella musica come sintesi delle arti. E poi ancora: colori, puzza, suoni e percezioni, acidi e pioggia, fango e spiritualità. Nella sua versione più lunga – la director’s cut – la pellicola sintetizza meritevolmente quanto successe in quei giorni, nel campo di Bethel e nel delirio più assoluto.
Questo è ciò che riusciamo a recepire di Woodstock (per chi – come me – non l’ha vissuto, se non attraverso il film, la musica, i documenti).
Il film quindi, come valore “documentativo”, e non come opera fine a se stessa, questo è il pregio che si porterà per sempre l’opera di Wadleigh.
Non tutti sanno però, che l’assistente alla regia e al montaggio di questo film fu Martin Scorsese, che proprio in quegli anni, dopo aver realizzato la sua “opera prima” Chi sta bussando alla mia porta (1967), e subito dopo Woodstock, realizza Scena di strada (1970) un documentario che riguardava le manifestazioni contro la Guerra in Vietnam e di cui Woodstock, si è fatta anima di diretta portavoce, inneggiando contro ogni guerra, soprattutto quella in Vietnam.
Tant’è che il sottotitolo famoso che accompagnerà il film – ma anche tutto ciò che concerne il nome di Woodstock – sarà appunto: 3 giorni di pace, amore e musica.
Del resto si sa, negli anni a seguire Scorsese realizzerà dei film musicali, tra l’altro, la sua ultima opera uscita per Netflix, ritorna a parlare di Dylan (musicista mancante nella filiera di Woodstock), Rolling Thunder Revue – Martin Scorsese Racconta Bob Dylan (2019).

John Sebastian, Woodstock live – 1969

Parlare degli anni ’60 – ’70 non è mai abbastanza, proprio perché in quegli anni ci fu un cambiamento totale nella società, sulle generazioni, sullo sperimentalismo puro e spirituale.
Andy Warhol, tra le altre cose, è colui che “giocando” letteralmente con la macchina da presa, inventa quello che oggi conosciamo come la tecnica dello slipt-screen, ovvero, il frazionare lo schermo in diverse inquadrature.
Questo metodo di montaggio, utilizzato molto negli anni ’70 e a seguire, si adatta perfettamente all’andamento delle immagini del film di Michael Wadleigh che lo inserisce come metodo di racconto alternativo.
Gestire un film di molte ore non è per niente facile, così, lo slipt-screen aiuta a raccontare due visioni separate nello stesso momento, “tagliando” il tempo e condensandolo in due inquadrature anziché una.
Il film emerge e il regista fa notare come questo tipo di racconto ci restituisce più immagini possibili, come se una parte di noi fosse bulimica nel volerne sempre di più. La visione lungimirante di questa idea (avuta da Wadleigh o da Scorsese?) è come un dono.
1969/2019 – Cinquant’anni di immagini, di suoni, storie di donne e di uomini che hanno fatto parte del tempo che scorre e che si riflette sull’anniversario dello sbarco sulla Luna, sulla nascita della Land Art, sull’uscita del primo album dei Led Zeppelin, ma se vogliamo anche, sulla caduta del Muro di Berlino (1989) e su molti altri avvenimenti importanti. Tempi, questi, che ci portano sempre a ri-considerare ciò che è stato fatto e che potremmo migliorare o semplicemente ri-vivere.
E il mio pensiero è stato su Woodstock, più propriamente sul ‘concerto come evento’, più specificatamente sul ‘film come arte’. Ma vale lo stesso.

 

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