Come quando un uomo, con l’aria seria di chi ha capito tutto, accende la miccia di una guerra e poi si volta altrove, stupito che il fuoco non si comporti da candela ma da incendio. E intanto i generali disegnano frecce sulle mappe, come bambini su un quaderno, e le frecce diventano strade, e le strade diventano croci. Vorrei fosse commedia, con il sipario che cala al primo sparo, e gli attori che si rialzano, si spolverano la giacca e salutano il pubblico.
Vorrei fosse commedia.
Come quando si prende un paesaggio — uno di quelli che hanno impiegato millenni a diventare ciò che sono — e lo si ricopre di pale e silicio, con la devozione cieca di chi crede di officiare un rito sacro. Si parla di salvezza mentre si piantano piloni, si invoca la natura mentre la si ridisegna con righello e calcolo economico. E gli uomini, con l’elmetto e il powerpoint, spiegano che è per il bene di tutti, mentre il vento stesso sembra chiedere scusa. Vorrei fosse commedia, con scenografie di cartone che al primo soffio cadono, rivelando il trucco.
Vorrei fosse commedia.
Come quando si decide, da lontano, cosa è giusto per gli altri: impedire, vietare, orientare la vita altrui con la presunzione di chi si crede custode del bene universale. E così, mentre si parla di dignità e futuro, si nega la libertà più semplice, quella di scegliere. Vorrei fosse commedia, con personaggi che si accorgono, a metà battuta, di essersi messi in bocca parole troppo grandi per la loro coscienza.
Vorrei fosse commedia.
Come quando si moltiplicano promesse e slogan, si vendono soluzioni miracolose, si costruiscono cattedrali di numeri che non reggono al primo dubbio. Tutto diventa facile, inevitabile, necessario. E chi osa chiedere “perché?” viene guardato come un guastafeste che ha dimenticato il copione.
Vorrei fosse commedia, con il pubblico che ride proprio lì dove dovrebbe indignarsi.
Vorrei fosse commedia.
Perché nella commedia, alla fine, si torna a casa. Ci si guarda allo specchio, si riconosce l’errore, si ride di sé. Ma qui il sipario non cala, e gli attori non smettono di recitare, e il palco si allarga fino a coincidere con il mondo.
E allora resta solo questa strana sensazione: che abbiamo scambiato la tragedia per una commedia, e che nessuno, ormai, sappia più quando è il momento di smettere di recitare.

