Recensioni

Vesta – Odyssey

Scritto da Fortunato Mannino

Siamo soli nell’universo? Ascoltiamo Odyssey e abbandoniamo per un po’ i contatti con la realtà

Non credo che esista uomo che guardando la volta celeste non ne rimanga affascinato. Un fascino fine a se stesso quello dell’uomo moderno, un fascino pieno di magia e conoscenza quello dei popoli antichi che in quel meraviglioso e confuso luccichio notturno vedevano varie forme e figure e immaginavano le dimore degli dei.
Il sorgere di una stella poteva segnare l’inizio del nuovo anno e guardando le stelle ci si orientava durante la navigazione notturna: conoscenze che l’uomo moderno ha perso anche se alcune domande sono rimaste immutate nel tempo così come quel primordiale stupore. Uno stupore che oggi abbiamo decuplicato grazie alle meravigliose fotografie del telescopio spaziale Hubble e alla scoperta di migliaia di esopianeti.
La domanda delle domande è rimasta senza risposta, anche se ha una sua ovvietà: sì. C’è vita nel cosmo perché ci siamo noi e ne siamo la prova più evidente e sì perché è statisticamente impossibile che sia no. Certo dipende poi da cosa si cerca e cosa si intende per vita. Al momento però possiamo fare ipotesi sulla natura dei segnali che ci arrivano dallo spazio, ultimo quello da Proxima Centauri e immaginare. E noi che scriviamo di Musica e che la Musica la seguiamo da sempre di viaggi interstellari ne abbiamo fatti tanti e oggi arricchiamo le nostre collezioni con Odyssey, secondo album dei Vesta, uscito per Argonauta Records.
Odyssey, come il precedente, è un album strumentale che ha come caratteristica base sonorità post-rock, ma non è difficile intravvedere quelle che sono le radici culturali dei musicisti e in modo particolare l’heavy.
La storia, attorno a cui i Vesta costruiscono i sette brani, ruota attorno alla fatidica domanda: siamo soli nell’universo? A raccontarci la storia attorno a cui ruotano i testi dell’album è il brano iniziale. Grosse antenne radio captano e decodificano un segnale misterioso proveniente da Marte. Grazie ad un tunnel spazio-temporale, quello rappresentato in copertina, due astronauti hanno la possibilità di camminare e analizzare il deserto marziano da cui proveniva il segnale: non trovano vita ma un altro stargate che li proietterà verso altri mondi. La risposta alla domanda iniziale i Vesta la danno ed è affermativa.
Il brano di apertura s’intitola, infatti, Elohim. Parola che tantissimi hanno iniziato a conoscere grazie agli studi e alle conferenze dello studioso e traduttore della Bibbia Mauro Biglino. Il termine Elohim secondo la Chiesa va tradotto con Dio, secondo lo studioso biblico, invece, quel termine plurale non indicherebbe nessuna entità spirituale ma entità reali dotate di tecnologia superiore, che interagiscono concretamente con gli uomini. Biglino sostanzialmente indica una terza via da opporre alle verità di fede del creazionismo e del darwinismo e lo fa partendo da una lettura letterale del testo biblico. Al di là di come la si pensi, della propria fede e del riduttivo sunto che ne ho fatto gli spunti di riflessione sono tanti. Con Elohim, di cui consiglio la visione del video e mi auguro l’acquisto dell’elegante digipack, inizia l’Odyssey dei Vesta.
Come tutti i dischi di questo genere va ascoltato senza fretta e magari in cuffia, in modo tale da apprezzarne tutte le sfumature sonore e abbandonare, per un po’, i contatti con la realtà.

Vesta
Metaversus PR
Argonauta Records

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Fortunato Mannino

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