Giunti al terzo album in studio, gli inglesi Urne vogliono ancora una volta dire la loro nello sconfinato panorama metal estremo. Setting Fire To The Sky è l’ennesima perla che incastona la loro discografia tra le più valide del genere, contrapponendo ad un sound caustico aperture melodiche spavalde. I riferimenti ai Mastodon non sono puramente casuali, considerando che va riconosciuto alla band di Atlanta il merito di aver sdoganato lo sludge alla grande massa, rendendo lo stile più fruibile, lontano dal contesto estenuante conforme a gruppi come Candlemass, Neurosis e simili. Suppongo che anche l’ospitata di Troy Sanders nel brano “Harken The Waves” sia un’ulteriore prova di questa teoria.
La traccia di apertura “Be Not Dismayed” incarna brillantemente un senso di solitudine irreversibile, mentre sale verso un climax spietato architettato dai patterns meticolosi del batterista James Cook. “The Spirit, Alive” argina la deriva melliflua a cui la tipologia di musica può essere esposta, destreggiandosi tra voragini sonore ed un ritornello indimenticabile. La titletrack cala invece inesorabile come un fulmine dal cielo, prendendo di mira la razionalità stessa di chi ascolta, tediandola con una moltitudine di tempi diversi, in cui la voce di Joseph Nally è costantemente a fuoco, mettendo ordine dove serve.
Ci sono attimi di eclissi sporadiche in cui gli strumenti si agganciano a dinamiche più standard (“The Ancient Horizon”), ma da bravi affabulatori con “Towards The Harmony Hall” tornano a battere i piedi per terra, dandoci l’impressione di avere dei martelli pneumatici radicati nelle sinapsi cerebrali. Dopo tanta devastazione, la ballad “Breathe” giunge in punta di piedi e qui l’ugola di Nally giganteggia, spalleggiata dal violoncello della seconda guest star Jo Quail, chiudendo l’album in un acme di completa intimità.
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