Cassiopea era alta nel cielo, alle loro spalle Alpha Kepheus. La nave procedeva silenziosamente nel buio, finalmente diretta verso casa. Di giorno si poteva tenere la rotta osservando il Sole, orientandosi con i promontori e i lembi di terra visibili in lontananza. Di notte, in quella stagione, Orione, il cacciatore con la spada era già sceso sotto l’orizzonte e non sarebbe ritornato fino al prossimo inverno.
Non era dunque possibile, per capire l’inclinazione della rotta, farsi guidare dell’allineamento della sua cintura con l’orizzonte. Così Ulisse al comando del timone, prestava massima attenzione alle direzione dei venti e osservava le coste e i promontori lontani alla sua sinistra.
Dopo la lunghissima guerra di Troia, sembrava che gli dei non volessero concedergli un facile ritorno a casa e così con i sui uomini si era ritrovato oltre l’Oikoumene, il mondo conosciuto. In quel momento, nel silenzio, al timone della sua nave, mentre il resto dell’equipaggio dormiva, gli venne da pensare che la sua nave fosse il mondo intero e che lui e i suoi uomini rappresentassero l’umanità tutta. Non poteva che essere così: i luoghi fantastici, oltre le terre conosciute, erano abitati da “non umani”.
Aveva visto cose terribili e morire molti dei suoi compagni uccisi dalla disumanità degli abitanti di quelle terre. Loro erano uomini invece, diversa era la loro “semenza”.
Eppure in cuor suo, pur piangendo la morte di molti uomini del suo equipaggio e pur sentendo struggente la nostalgia di casa, non poteva negare che quel peregrinare su rotte sconosciute fosse indispensabile alla sua insaziabile curiosità, alla sua insaziabile volontà di conoscere e capire.
Il giorno stava sorgendo e Ulisse sapeva che avrebbero presto incontrato le Sirene. Ecco che sentiva crescere in lui il desiderio di sentire il loro canto. Che cos’era quell’insaziabile sete di conoscenza che non gli dava pace? Più vedeva e più voleva vedere. Più conosceva, più capiva che c’erano altre cose da conoscere. Qual era la differenza tra sua insaziabile curiosità e quella che aveva spinto i suoi uomini ad aprire l’otre di Eolo? Non era stata forse proprio questa curiosità, fonte di tutti i loro problemi, liberando venti furiosi di tempesta che avevano quasi schiantato i legni della nave e li avevano ricacciati lontano da Itaca ormi prossima?
Dove era il limite? Il suo insaziabile desiderio di conoscenza non era forse anch’esso hybris? Non aveva forse sperimentato che la tracotanza e la superbia, la violazione dei limiti stabiliti dagli dei e dalle leggi umane portano spesso alla rovina?
Ulisse al comando del timone iniziò a immaginare mondi futuri. Immaginò uomini che guidati dalla insaziabile sete di conoscenza avrebbero capito la natura delle cose, la causa delle malattie e come curarle. Avrebbero costruito strumenti per studiare la natura delle stelle misteriose o cavalli metallici capaci di camminare ad alte velocità (e si sentì anche un po’ orgoglioso di aver dato forse lui l’idea)
e perché no, uccelli meccanici capaci di attraversare velocemente i mari trasportando uomini e cose.
Intuiva però che forse era come bere acqua di mare: più bevi più hai sete. Così più conosci, più capisci più ci sono altre cosa da conoscere. E dove poteva portare poi tutta questa insaziabile sete conoscenza? A sentirsi superiori agli dei? A pensare di poter sovvertire le leggi della natura, a violentarla, a costruire armi sempre più pericolose?
Ulisse si ricordò però che era stata la ragione che gli aveva permesso di uccidere Polifemo ed era sempre alla ragione che aveva disperatamente fatto ricorso per vincere la tentazione di perdersi anche lui nell’oblio dei frutti di loto.
La ragione non come rinuncia alla conoscenza, ma come guida: una ragione che diventa insieme conoscenza e coscienza, non fredda né puramente calcolatrice, ma capace di riconoscere nell’umanità la strada da percorrere.
Furono dunque le corde della ragione quelle con le quali gli uomini dell’equipaggio legarono Ulisse all’albero maestro. Poi, gli stessi uomini, seduti ai banchi, con la cera nelle orecchie colpirono il mare con i remi.
ULISSE
Più vedeva e più voleva vedere. Più conosceva, più capiva che c’erano altre cose da conoscere

