Recensioni

Ulan Bator – Stereolith

Una sensibilità musicale in cui confluiscono e si confondono la bellezza del Rock e la genialità sperimentale del Kraut

Inseguire i tempi di un’uscita non è mai stata una mia prerogativa. Ogni disco è un fatto a sé e i tempi di scrittura maturano insieme agli ascolti stessi. D’altronde, affibbiare ad un album una data di scadenza è quanto di più assurdo possa esserci. Fatta questa premessa, dirò subito che l’album che propongo oggi l’ho sentito, risentito e lo ritroverete, sicuramente, nella mia personale classifica.
Si tratta dell’ultimo album di Amaury Cambuzat e dei sempre nuovi Ulan Bator.
Stereolith, questo il titolo, rispecchia tutta la genialità e la personalità del suo creatore e dei suoi, sempre nuovi, compagni di viaggio. Mario Di Battista al basso e Sergio Pomante alla batteria e al sax assecondano e alimentano, con le loro peculiarità, il fuoco creativo di quello che considero uno dei più grandi interpreti del rock contemporaneo. Una sensibilità musicale in cui confluiscono e si confondono la bellezza del Rock e la genialità sperimentale del Kraut. E Stereolith, in fondo, è tutto questo! L’album, nato durante il tour dell’apocalittico Abracadabra e le collaborazioni con i Faust, assorbe dal primo i chiaroscuri, abbandonando, in parte, le atmosfere plumbee per un rock più diretto, dai secondi l’aspetto più sperimentale. Stereolith, con il suo caleidoscopio di suoni ed immagini, rivela, ascolto dopo ascolto, tutta la sua sfuggente bellezza, regalando anche momenti decisamente intimisti, come nel caso della struggente Lost. Brano che lo stesso Amaury Cambuzat ci dice ispirato dall’album Before And After Science di Brian Eno. Le atmosfere sonore ci riportano, invece, all’area berlinese degli anni ’70. L’altra perla dell’album è, a mio avviso, Blue Girl e anche questa volta, senza troppe elucubrazioni mentali, riportiamo le parole dell’autore: per Blue Girl ho avuto un approccio più industriale/tribale per l’introduzione del pezzo, la seconda parte, invece, suona più Canterbury forse, progressive inglese anni 70. Comunque sì, diciamo che le influenze per Stereolith sono molto Europee anni 70 con l’uso di synth, che era una cosa mai approfondita nella discografia passata della band.
Per gli appassionati segnalo che l’edizione in vinile bianco è limitata a trecento copie e che, in fase pre-order, le prime cento copie contenevano oltre al cd la coverprint dell’album numerata.

 

About the author

Fortunato Mannino

error: Sorry!! This Content is Protected !!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Con questo sito acconsenti all’uso dei cookie, necessari per una migliore navigazione. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su https://www.sound36.com/cookie-policy/

Chiudi