C’erano sere in cui Andrea rimaneva seduto in cucina senza accendere la luce, con il frigorifero che respirava piano nel silenzio dell’appartamento e il riflesso dei fari delle macchine che attraversava il soffitto come acqua lenta. Aveva quarantadue anni e una vita ordinata abbastanza da sembrare riuscita agli occhi degli altri. Una compagna che dormiva nella stanza accanto, un lavoro stabile, una pianta di basilico sul davanzale che continuava a sopravvivere anche quando si dimenticava di annaffiarla per giorni.
Eppure c’era quella sensazione: una specie di peso sul petto, ma non il dolore preciso di qualcosa che manca, piuttosto il contrario. Era la presenza invisibile di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non era stato.
Qualche volta pensava al ragazzo che voleva attraversare il sudamerica in treno portandosi dietro solo una giacca leggera e un taccuino. Al pianista che aveva smesso di suonare perché suo padre gli aveva detto che con la musica non si costruisce niente oppure all’uomo che avrebbe potuto avere un figlio con una donna dai capelli cortissimi incontrata a Lisbona una notte di pioggia, quando lei gli aveva chiesto una sigaretta in un bar dove il pavimento odorava di vino versato e limone.
Non era nostalgia, la nostalgia riguarda ciò che hai avuto. Questa era più simile alla malinconia di qualcosa che ti ha sfiorato appena e poi ha scelto un altro corridoio del mondo.
A volte gli sembrava di vivere in mezzo a una folla di sé stessi. Entrava in metropolitana e sentiva che da qualche parte, in un’altra piega della realtà, esisteva un Andrea che scendeva a Buenos Aires con una camicia stropicciata e le mani sporche d’inchiostro. Un altro che faceva il guardiano notturno in un museo di provincia e si innamorava ogni sera dello stesso quadro. Un altro ancora che aveva avuto il coraggio di dire no al momento giusto, di andarsene, di perdere tutto pur di non perdere sé stesso.
Poi tornava a casa, apparecchiava per due, chiedeva com’era andata la giornata e ascoltava la risposta con attenzione sincera. Perché il punto era questo, e gli faceva quasi male ammetterlo. Lui voleva bene alla sua vita. La amava persino in certi pomeriggi semplici, quando il sole cadeva obliquo sul tavolo e il caffè lasciava un cerchio marrone sul legno. Non desiderava distruggere niente, ma certo si rendeva conto che non bastava affatto, perché ci sono esistenze che continuano a bussare da dentro, come ospiti rimasti fuori sotto la pioggia.
Una notte sognò un albergo infinito: i corridoi erano coperti da una moquette verde scuro e ogni porta aveva il suo nome scritto sopra in caratteri dorati. Apriva una stanza e vedeva sé stesso seduto accanto a una donna sconosciuta mentre imparava a parlare francese. Apriva un’altra porta e si trovava in una città sul mare, vecchio e felice, con una bicicletta arrugginita appoggiata al muro.
Quando si svegliò aveva le lacrime sul viso e per qualche secondo non capì nemmeno perché.
La mattina dopo uscì presto. La città aveva quell’aria lattiginosa delle giornate sospese e il bar all’angolo stava appena aprendo. Ordinò un caffè e guardò una donna seduta vicino alla finestra leggere un libro sottolineato ovunque. Lei alzò gli occhi un istante soltanto. Un istante piccolo, insignificante. eppure Andrea sentì qualcosa aprirsi dentro di sé.
Capì allora che il dolore non veniva soltanto dalle vite non vissute. Veniva dal tentativo disperato di contenere da soli tutta quella moltitudine che ci abita dentro. Come se ogni possibilità mancata continuasse a pesare sulle spalle perché nessuno era mai entrato davvero abbastanza a fondo da dividere quella sensazione con lui.
Poi, anni dopo, accadde la vita e incontrò una donna che non gli chiedeva di scegliere una versione di sé. Lei sembrava vedere contemporaneamente tutte le sue vite possibili. Il ragazzo che voleva partire, l’uomo stanco seduto in cucina al buio, quello ironico, quello fragile, quello che aveva paura di sprecarsi e quello che si era già perso mille volte senza dirlo a nessuno.
Con lei non smise di immaginare altre esistenze, non sparirono i treni lontani, le città mai viste, le strade abbandonate troppo presto. Ma accadde qualcosa di diverso, tutte quelle vite smisero di sembrargli un fallimento. Era come se finalmente una presenza avesse dato una casa a tutte le sue possibilità
E comprese che l’amore non serve a riempire il vuoto, serve a liberare con leggerezza ciò che avremmo potuto essere e che, al di là di tutto, siamo.
Tutte le vite che vivo con te
Il dolore non veniva soltanto dalle vite non vissute. Veniva dal tentativo disperato di contenere da soli tutta quella moltitudine che ci abita dentro

