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Tullio Cesario – Cartesio ti odio iperbolicamente

Questo libro non si può spiegare, raccontare o riassumere…perciò tenteremo di farlo, in omaggio allo spirito di contraddizione che anima Cartesio ti odio iperbolicamente, di Tullio Cesario, edito da Le Pecore Nere.

Il volume è un libro più una ‘e’, nel senso che è un libro libero, che segue una linea di pensiero tutta sua, surreale, onirica, nonsense. Inoltre non capita poi tanto di frequente che testo e illustrazione si specchino con esattezza uno nell’altro. In questo senso ha ragione Daniela Murri, che firma l’introduzione: Francesco Caporale si prende cura del testo, con il suo tratto gentile e pulito, tracciando linee che prendono per mano le parole dello scrittore e le trasformano in immagini.
I disegni amplificano questa dimensione gentile, naïf che a tratti ti far venir voglia di prendere i colori e metterci del tuo, come si fa coi libri per bambini. Ma i colori in questo caso ci sono già, e sono le parole in tutte le loro tonalità: a volte ironiche, a volte taglienti, a volte disilluse. Ce n’è per tutti i gusti: Com’è strana la vita; un attimo sei felice, e dopo quindici minuti è finito il rum oppure Mi hai guardato gridandomi il tuo dolore. Io ti ho sussurrato che tutto può guarire. Proprio come ti ho bisbigliato di restare, guardandoti andar via… Avete presente il libro degli oracoli? Beh, anche questo volume alla fine si potrebbe poggiare sul comodino, aprendo ogni volta una pagina a caso. Anche in questo modo, sarebbe una buonissima lettura.
In questo romanzo per aforismi c’è un personaggio solo, che, almeno a tratti, in fondo siamo tutti noi. E forse nessuno, È l’uomo, o la donna, senza unità, che vi è rappresentato, quasi messo in scena, l’‘Essere Arlecchino’ servitore di tanti padroni quanti sono i suoi diversi umori e gli accadimenti, a volte incomprensibili, della sua vita e di quelle altrui. Un uomo senza unità è un uomo a pezzi, ma non necessariamente infelice: siamo pezzi di vite altrui, pezzi di esperienze, di sentimenti, pezzi di pianti e grandi risate, pezzi di sogni e di crude realtà. Ma non c’è problema, ci dicono gli autori, tutto sta nel fare bene l’appello ed essere sicuri di non aver perso niente per strada, la notte quando si chiudono gli occhi e la mattina soprattutto se ci si sveglia, appunto, così a pezzi che l’unico posto per non perderli sono le borse sotto gli occhi.
Già, gli occhi. Ricorrono spesso nelle illustrazioni di Caporale, e colpiscono il lettore, per la loro forza evocativa. Ma non sono gli unici: in questo senso abbiamo davanti un libro sensoriale, dove i pezzi a cui si alludeva prima non sono solo allegorici, ma anche sensoriali, fisici. Si vedono spesso piedi, mani, bocche orecchi che hanno libera e autonoma cittadinanza nel mondo evocativo delle fantasie che popolano il libro. Stranamente invece, il volto pieno è spesso raffigurato vuoto, un manichino metafisico alla De Chirico, quasi che gli autori volessero lasciare a chi legge il compito di ricomporre il puzzle, insomma il ‘disordine su carta’ cui si riferisce Daniela De Marco.
Sempre ammesso che ci si riesca, naturalmente. Come ogni buon libro, questo volume sa essere beffardo. Leggere aiuta, ma la realtà, quella vera, mantiene tuttavia un intrinseco coefficiente di inafferrabilità, si situa sempre un po’ più in là del visibile.

La soluzione è dietro l’angolo,
la luce è in fondo al tunnel,
la felicità è dietro quella porta
l’oro alla fine dell’arcobaleno
l’amore nei tramonti…
E che cazzo, mai qualcosa che si trovi dove sono io.

Buona lettura!

About the author

Massimiliano Bellavista

È stato detto di Massimiliano Bellavista, ingegnere, scrittore blogger e docente universitario, che cerchi sempre nelle parole proprie altrui la tana del Bianconiglio. Nella tana spera di trovare un punto di vista particolare o anche solo qualcosa di speciale che nessuno ha colto prima. A volte ci riesce, a volte si accontenta di qualche gioco di prestigio. Se non proprio il Bianconiglio dalla tana, almeno sarà capace di tirarne fuori uno dal suo cilindro.
Si ritrova molto bene nella parola ‘Quatsch’ ma solo se significa ‘caos’, un caos nobile, perché crede molto nelle zone grigie, di confine, dove ad esempio i confini tra musica e parola si attenuano fino a sparire.

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