Irene ha sempre saputo riconoscere la febbre con le labbra.
Non ricorda chi glielo abbia insegnato. Forse nessuno. Ci sono gesti che arrivano insieme ai figli, come se fossero rimasti ad aspettarli da qualche parte nel corpo.
La prima volta Tommaso ha pochi mesi. Irene si sveglia in piena notte.
Non piange nessuno, non cade niente, dalla strada non arriva nemmeno una macchina, ma lei apre gli occhi e sa. Attraversa il corridoio scalza.
Nella stanza c’è quella luce incerta che entra dalle persiane e rende tutto azzurro: il lettino, la cassettiera, il mucchio dei vestiti piegati sulla sedia. Si china e appoggia le labbra sulla fronte del bambino.
Calore.
Resta così qualche secondo, la bocca contro la pelle, come se la temperatura potesse passarle dentro e diventare un numero.
Trentotto e tre.
Il termometro dirà trentotto e due e lei si offenderà per quel decimale.
Passa la notte seduta accanto al lettino per cambiargli il panno umido sulla fronte. Ogni tanto Tommaso apre gli occhi, la guarda senza vederla davvero e torna a dormire. Lei gli sistema la coperta e poi gliela toglie perché forse ha troppo caldo. Cinque minuti dopo gliela rimette.
Alle quattro beve un caffè freddo. Alle cinque il bambino suda. Irene gli infila una mano dietro la nuca. Non sa ancora che passerà molti anni a desiderare che quella temperatura scenda e, molto più tardi, a rimpiangere il tempo in cui bastava una mano sulla fronte per sapere quasi tutto.
Tommaso cresce come fanno tutti i figli, di nascosto. Per mesi sembrano identici e poi una mattina i pantaloni arrivano sopra le caviglie, le scarpe non entrano più, il mento cambia. Una voce compare dentro la voce e per qualche tempo nessuna delle due sa bene quale sia quella giusta. Irene conserva le tacche dell’altezza sullo stipite della cucina.
Sette anni. Nove. Dieci e mezzo. Accanto a quella degli undici c’è una macchia di sugo che non è mai riuscita a togliere. Una volta Tommaso le propone di ridipingere.
-Neanche morta.
-È sporco.
-È storia.
-È sugo.
-Mi piace il sugo.
Tommaso la guarda con quella pazienza che i figli cominciano ad avere verso i genitori quando scoprono che non sono persone del tutto normali.
Lo stipite rimane così.
Anche la percezione del calore cambia. All’inizio Irene controlla il latte sul polso, l’acqua del bagno con il gomito, la fronte con le labbra. D’inverno gli scalda il pigiama sul termosifone.
Tommaso corre per casa nudo mentre lei lo insegue tenendo i pantaloni per un piede.
-Vieni qui.
-Ho caldo!
-Sei blu.
-Non sono blu.
-Sei color ipotermia.
Lui ride e continua a scappare, ma Irene lo raggiunge sempre. Finché un giorno non ci riesce più. Tommaso, semplicemente, è diventato più veloce. A tredici anni chiude la porta del bagno, a quattordici non vuole il cappotto e a quindici esce una sera di novembre con una felpa troppo leggera.
Irene lo vede passare nell’ingresso.
-Prendi la giacca.
-Non fa freddo.
-Ci sono undici gradi.
-Appunto.
Irene rimane interdetta, ma lui è già fuori e la giacca resta sul divano. Per qualche secondo considera seriamente l’ipotesi di affacciarsi alla finestra e lanciargliela. Non lo fa.
Quella sera scopre che esiste un freddo che non riguarda la temperatura.
È quello di una casa quando un figlio comincia ad avere luoghi nei quali tu non sei prevista. Non dolore, ma distanza. Lo stesso spazio che per anni hai desiderato per lui e che, quando finalmente arriva, ha un’eco che non avevi messo in conto.
Irene accende la televisione, ma non ce la fa e la spegne. Inizia a leggere, ma dopo due pagine si ritrova a guardare la stessa riga.
Alle undici prende il telefono e controlla l’ultimo accesso, poi si vergogna e lo posa. Alle undici e tre lo ricontrolla con molta meno vergogna. A mezzanotte arriva un messaggio.
Sto tornando.
Solo due parole, ma Irene sente il corpo allentarsi prima ancora di aver finito di leggerle. Non risponde subito, aspetta quarantacinque secondi, per dignità.
Ok.
Poi aggiunge:
Fa freddo– ma elimina il messaggio tre secondi dopo averlo inviato.
Quando sente la chiave nella serratura è già a letto e finge di dormire.
Tommaso entra piano, con quella delicatezza rumorosissima degli adolescenti convinti di non fare rumore. Urta qualcosa nell’ingresso. Sussurra una parola che Irene preferisce fingere di non conoscere.
Poi silenzio. Lei aspetta un paio di minuti e si alza per bere.
In cucina Tommaso è davanti al frigorifero aperto.
-Pensavo dormissi.
-Avevo sete.
Lui guarda il rubinetto, poi il bicchiere, poi lei, ma ha il buon gusto di non commentare. Per un istante ha l’impulso di avvicinarsi e appoggiargli le labbra sulla fronte, come quando era piccolo, ma non lo fa.
-Hai mangiato?
-Sì.
Questa è la maternità a quindici anni: fare domande di cui si conosce già la risposta pur di restare altri trenta secondi nella stessa stanza. Torna a letto.
Qualche settimana dopo Tommaso prende l’influenza.
La porta della sua camera rimane aperta tutto il giorno, privilegio che Irene cerca di non celebrare troppo apertamente. A metà pomeriggio entra con una tazza e la posa sul comodino.
-Non voglio la tisana.
-Non è tisana.
-Cos’è?
-Tisana.
-Mamma!
Tommaso ha gli occhi lucidi e i capelli appiccicati alla fronte. Per un momento torna bambino in un modo quasi indecente. Irene si siede sul bordo del letto.
-Fammi sentire.
Lui sbuffa, ma non si sposta. Lei si china e gli poggia le labbra sulla fronte. Il gesto è così antico che le fa male da qualche parte, ma non saprebbe dire dove.
-Trentotto.
Il termometro segna trentotto e due.
Tommaso sorride.
-Stai perdendo colpi.
-Taci e bevi.
La sera la febbre scende.
Irene entra nella stanza prima di andare a dormire. Tommaso è girato verso il muro, respira piano e ha un braccio fuori dalle coperte. Sul comodino la tazza è vuota.
Irene si avvicina. Per anni non avrebbe avuto esitazioni: braccio dentro, coperta fino alla spalla, finestra chiusa. La liturgia notturna delle madri. Prende il bordo del piumone, ma si ferma e lascia andare la coperta.
Tommaso si muove appena e lascia uscire anche un piede.
Sulla scrivania c’è una fotografia di quando aveva quattro anni. Sono al mare e lui è seduto sulle sue spalle e le copre gli occhi con entrambe le mani. Irene non ricorda chi abbia scattato la foto. Ricorda invece il peso delle sue cosce intorno al collo e i talloni che le battevano contro il petto.
Ricorda che quel giorno la sabbia scottava. Ricorda di averlo preso in braccio per portarlo fino all’acqua.
Adesso guarda i suoi piedi spuntare dal letto: sono più grandi dei suoi.
Oltre la porta, lo stipite della cucina conserva ancora le tacche. L’ultima risale a due anni prima.
Esce dalla stanza e si accorge di essere scalza. Come quella prima notte.
Si ferma un momento. Dalla camera di Tommaso arriva il suo respiro, regolare. Allora riprende il corridoio verso la sua stanza.
Non accende la luce e, passando davanti alla cucina, sfiora con le dita lo stipite. Sette anni. Nove. Dieci e mezzo. La macchia di sugo.
Più in alto, l’ultima tacca. Tiene la mano lì per qualche secondo, sul legno freddo. Poi la ritira. È calda.

