Recensioni

Tool – Fear Inoculum

Fernanda Patamia
Scritto da Fernanda Patamia

Con “Fear Inoculum” i Tool hanno creato un’opera d’arte, l’equivalente sonoro di un dipinto cubista

Dopo una gestazione lunga 13 anni i Tool tornano in scena con “Fear Inoculum”, quinto album in studio per la band californiana e il più lungo dell’intera discografia.
Rilasciato lo scorso 30 Agosto, l’album sembra ripercorrere le orme dei precedenti “Aenima”, “Lateralus” e “10000 Days” in un labirinto ipnotico che si fa sempre più oscuro man mano che ci si addentra.
Per raccontarvi quella che è stata la mia “Fear Inoculum Experience” non poteva essere sufficiente tratteggiarne i punti chiave in una recensione classica, per questo ho deciso di darle un taglio un po’ più romanzato, per descrivere al meglio quell’assedio di percezioni uditive e visive che hanno bombardato la mia mente durante l’ascolto.
Vedo una delle rare occasioni in cui il termine sconcertante trova una perfetta collocazione accanto al termine bellezza senza che suonino mai come un paradosso, pur essendo due concetti contrapposti fra loro.
Riesco a sentire me stessa soccombere a un certo inebriamento al suono ipnotico del synth della title track che si apre con un pattern a tre note ripetuto per poi lasciare che il suono del basso e delle percussioni si stratifichino e intreccino alla voce pulita e quasi timida di Maynard J. Keenan, trasformandosi così in un brano di cupa bellezza che mi prepara al mio viaggio astrale.
Esserci. Quantomeno temporaneamente.
La mente abbandona il corpo per entrare in uno stato di trance profonda sulle note di “Pneuma”, che stravolge la concezione lineare del tempo dilatandolo e facendomi fluttuare tra il prog anni ’70 e l’alternative metal anni ’80. Brano dalla forte carica emozionale qui torna il tema spirituale, in particolare Maynard ci ricorda, accompagnato da uno dei riff più intensi che Jones abbia mai prodotto, che per quanto possiamo essere legati alla carne un giorno diventeremo spiriti.
In un luogo non ben definito dello Spazio-Tempo risuona la chitarra distorta di Adam Jones in “Invincible”, accompagnata da un synth stridente e dalla voce robotica di Maynard J. Keenan lasciandomi del tutto disorientata.
Ed eccomi inghiottita da una voragine nera con “Descending”, le cui sperimentazioni quasi dark ambient e le chitarre iper effettate mi fanno vivere un’esperienza musicale multivalente, come se stessi ascoltando più punti di vista contemporaneamente.
“Culling Voices”, probabilmente il brano più emotivo dell’album, mi trasporta in una dimensione eterea, col suo testo intriso di allegorie che scorre come un flusso di coscienza alla James Joyce.
“Chocolate Chip Trip” è una sinfonia prog che fonde anche suoni elettronici. Totalmente strumentale rappresenta il manifesto indiscusso delle abilità di Danny Carey alle percussioni che sono praticamente predominanti.
A tempest must be just that sentenzia Maynard in “7empest”, traccia dal sound pesante che suona come l’apocalisse con le chitarre urlanti di Jones a farla da padrone. Sembra quasi di ascoltare i Tool delle origini, quelli le cui chitarre scavano nella psiche umana lasciandoti intorpidito. Ma al confine fra arte e psichedelia la musica si tramuta in un vortice di rumori indefiniti. “Legion Inoculant” e “Litanie contre la Peur” prendono forma da sussurri sinistri e synth piagnucolanti, paralizzandomi nel mio stato di dormiveglia oppiaceo. La mente funziona ancora ma vengo sbalzata dentro e fuori da questo dormiveglia dai suoni imprecisati di “Mockingbeat”, e faccio fatica a realizzare quanto ho appena provato in questo universo visionario.
L’opera, pur contenente il sound caratteristico dei Tool, è permeata di sperimentazioni strumentali e vocali che insieme ad una nuova maturità artistica raggiunta da ogni singolo membro, vanno a disegnare quella che ha tutta l’aria di essere una sorta di parabola evolutiva nel suono della band.
Muovendosi sinuosamente tra linee di synth Sci-fi anni ’70 e il suono orientaleggiante e secco delle tablas di Danny Carey, “Fear Inoculum” è un disco denso che eleva il prog ad un nuovo e più alto livello. I virtuosismi di Adam Jones fanno assumere alla chitarra una dimensione tutta nuova, il canto quasi angelico e molto più da “A Perfect Circle” di Maynard mette in risalto il contrasto tra la voce e quelle spirali liquide di basso che solo Justin Chancellor è capace di creare.
Con “Fear Inoculum” i Tool hanno creato un’opera d’arte, l’equivalente sonoro di un dipinto cubista, quelli di cui devi osservarne ogni singolo dettaglio e sfumatura per comprenderne il significato generale. Un disco al limite del surreale con la sua qualità sonora superba e senza sbavature, il più raffinato e sofisticato nella storia della band. Per apprezzarlo appieno un solo ascolto non può quindi funzionare poichè la fonte del suo potere risiede nella ripetizione, nel rituale, nel metabolizzare ogni singola nota, nel lasciarsi trasportare in questa spirale di suoni che diventano un rito di purificazione incantatorio.
Now, contagion I exhale you

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