Recensioni

Tiziano Ferro – Il Mestiere Della Vita

Marco Restelli
Scritto da Marco Restelli

E’ un buon album anche se non di facile ascolto, del quale certamente sapranno sopravvivere alcuni classici.

Quando si è oggettivamente al top della propria carriera, com’è accaduto a Tiziano Ferro dopo il grandissimo successo del disco “L’amore è una cosa semplice” (del 2011), non è mai facile prendere la successiva direzione artistica. Senza un contratto e dopo aver pubblicato un “best of” che rappresentava la summa della prima parte della sua storia discografica, il cantante di Latina ha deciso di andare via per un po’ dall’Italia. L’ha fatto anche per scrivere più serenamente, non avendo pressioni sulle tempistiche per la pubblicazione di un nuovo album, né tanto meno sulla forma da dare ai nuovi pezzi. Trasferitosi a Los Angeles, vicino al suo arrangiatore storico (Michele Canova Iorfida) gli è sembrato evidentemente naturale tornare al suono che domina nelle radio dall’altra parte dell’oceano e che lo aveva lanciato agli esordi: più elettronico, più R. & B. e molto meno acustico.
Chi ha iniziato ad ascoltarlo solo con gli ultimi dischi (anche “Alla mia età” era già molto più “suonato” rispetto al precedente “Nessuno è solo”) potrebbe rimanere quasi sconcertato ascoltando “Epic”, il pezzo d’apertura in cui canta in parte anche in inglese, con ritmi elettronici sparati in un vortice di musica e parole. Ma chi lo segue dai tempi di “Rosso relativo” e “111” si ritroverà perfettamente a suo agio fra il rap di “My steelo” – in duetto con un grande del genere come Tormento (ex dei Sottotono, che nel testo vengono perfino citati) – ed i sintetizzatori di “Lento / Veloce” che la prossima estate, ci scommetto, inonderà le radio italiane con la melodia del suo ritornello.
Quanto alle ballate malinconiche, che hanno fatto la fortuna di Tiziano, stavolta sono meno numerose, ma brani come la title track, lo splendido primo singolo “Potremmo ritornare” e il duetto con la Consoli “Il conforto” (a mio avviso la più bella canzone, insieme a “Valore assoluto”) sono all’altezza della situazione. Anche “Ora perdona”e “La vita intera”, a dire il vero, lasciano il segno e meritano una citazione per la loro intensità. “Quasi quasi”, che chiude il tutto, è forse invece la più originale e crea un’atmosfera d’altri tempi con la sua amarezza strisciante (“quasi apro la ferita / quasi era chiusa / quasi entro in un bar e ordino una birra / quasi quasi non piango / nel mezzo della strada non tremano le gambe”) e il suo andamento languido e cullante.
È del tutto evidente, tirando le somme, che questo album non è stato pensato e concepito per accontentare il proprio pubblico, ma rappresenta una sorta di passaggio obbligato per dar sfogo alla voglia di comunicare in modo diretto del suo autore e senza schemi precostituiti, come se fosse un nuovo inizio che riparte inevitabilmente dalle radici, fungendo da ponte verso qualcos’altro. Lo stesso Ferro, infatti, ha già annunciato che nel cassetto è già quasi pronto il suo successore. Ma fino ad allora questo “Mestiere della vita” ci farà compagnia ed ognuno di noi pescherà le canzoni che più ama, tralasciando magari quelle che meno lo emozionano.
Resta comunque, a mio modesto avviso, un buon album – ancorché non di facile ascolto, rispetto al suo predecessore – del quale certamente sapranno sopravvivere alcuni classici.

About the author

Marco Restelli

Marco Restelli

Originario di Latina, ma trapiantato ormai stabilmente a Bruxelles. Collaboro con diversi siti musicali. Collezionista di dischi dai primi anni '80, ascolto praticamente ogni tipo di musica, distinguendo solo quella che mi emoziona da tutto il resto.
In progetto: l'attività di promoter di eventi live di artisti emergenti nel Benelux. Sono orgogliosamente cattolico, ma ritengo che la tolleranza sia alla base delle relazioni umane. Se dovessi salvare un solo disco, fra i miei 3500, sceglierei "Older" di George Michael. La mia più grande passione, oltre alla musica: la mia famiglia e i miei tre bambini.

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