“Gli uomini non ricevono la verità dalle idee, ma dalle storie.”
— G. K. Chesterton
Ada fa la cantastorie. Non è una professione che compare spesso nei moduli amministrativi. Quando deve compilare documenti online passa sempre qualche minuto a cercare una categoria adatta.
Impiegata? No.
Libera professionista? Forse.
Artista? Le sembra troppo ambizioso.
Alla fine sceglie quasi sempre “altro”.
Che è una definizione sorprendentemente accurata per molte cose della vita.
Anche sua madre, del resto, non ha mai capito davvero che lavoro faccia.
Quando qualcuno glielo chiede risponde: — Mia figlia racconta storie.
Ada non se la prende. In fondo è difficile spiegare un mestiere che esiste da prima dei mestieri.
Prima delle università.
Prima dei timbri.
Prima delle scrivanie.
Prima dei libri.
C’erano i raccontastorie.
C’era qualcuno seduto accanto a un fuoco che indicava il cielo e iniziava con:
— Ti racconto una storia…
E qualcun altro che ascoltava.
Tutto qui.
Le storie sono nate così. Non dalla carta ma dalla voce.
Dal bisogno antico di tramandare qualcosa prima che il tempo la portasse via.
Una strada.
Un amore.
Una guerra.
Una ricetta.
Una costellazione.
Il nome di un antenato.
La posizione di una sorgente.
Le storie, secondo Ada, sono la forma che l’umanità ha inventato per opporsi all’oblio. Per questo continua a raccontarle ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.
Nelle biblioteche.
Nelle scuole.
Nei teatri.
Nei cortili.
Una volta perfino nella sala d’attesa di un dentista.
Una delle sue imprese più eroiche: per dieci minuti nessuno pensò al trapano.
Non ricevette medaglie, ma avrebbe meritato almeno una menzione al valore civile.
Ada ha imparato che le persone credono di andare ad ascoltare una storia, ma in realtà vanno a cercare una traccia di sé.
Un bambino vuole sapere se il drago avrà paura.
Un adolescente si domanda se il protagonista troverà il proprio posto nel mondo.
Una donna vuole capire se si può ricominciare.
Un uomo cerca di sapere come si può essere perdonati.
Persino chi sostiene di odiare le storie finisce sempre per raccontarne una.
È uno dei misteri più divertenti della specie umana.
Passiamo metà della vita a raccontarci.
L’altra metà a fingere di non farlo.
Una sera d’autunno Ada è invitata a una festa di paese.
Proprio quella sera piove.
Una di quelle piogge sottili che sembrano cadere per riflettere sull’esistenza.
Sotto un tendone sono state sistemate alcune file di sedie.
Ci sono una ventina di persone.
Tre bambini.
Due adolescenti che fingono di essere lì per caso.
Una signora con un ombrello forse un po’ troppo grande.
Un anziano che si addormenta puntualmente a metà racconto per poi risvegliarsi al finale con una precisione quasi scientifica.
Ada racconta la storia di un uomo che trascorre la vita cercando un tesoro.
Attraversa deserti.
Consulta mappe.
Interroga saggi.
Affronta tempeste.
Perde tutto.
Ricomincia.
Alla fine scopre che il tesoro si trovava nel giardino di casa.
Quando termina, rimane per qualche secondo il silenzio.
Perché una storia non finisce mai davvero nell’istante in cui viene pronunciata.
Continua a camminare dentro chi l’ha ascoltata.
Poi una bambina alza la mano.
— Ma allora era stupido?
Ada sorride.
— Chi?
— L’uomo.
Ada guarda la pioggia oltre il tendone, i lampioni sembrano luci che hanno rinunciato a diventare stelle.
— No — dice. — Credo fosse umano.
Lo dice con la calma che ha imparato negli anni.
Perché anche lei, prima di capire dove abitavano davvero le cose importanti, ha percorso strade molto più lunghe del necessario.
La bambina annuisce. Gli adulti, invece, si agitano appena sulle sedie. Perché gli adulti hanno il vizio di riconoscersi nelle storie proprio quando speravano di non farlo. Quando tutti se ne vanno, Ada rimane sola. Le sedie vuote hanno sempre un’aria profondamente filosofica. Come se riflettessero sulla caducità della vita, mentre aspettano semplicemente qualcuno che le impili.
Guarda la piazza.
Le finestre illuminate.
Le persone che tornano a casa.
Le vite che si richiudono lentamente come libri lasciati aperti sul comodino.
Pensa allora alla cosa che ama di più delle storie.
Non raccontarle ma tramandarle.
Perché nessuna storia appartiene davvero a chi la narra.
Arriva sempre da qualcuno.
Da una nonna.
Da un padre.
Da un’amica.
Da uno sconosciuto incontrato in treno.
Da un libro trovato per caso.
Da una voce che, un giorno, ha deciso di non lasciare morire un ricordo.
Le storie viaggiano.
Attraversano secoli.
Lingue.
Oceani.
Cambiano vestito.
Cambiano accento.
Cambiano dettagli.
Ma continuano imperterrite a trasportare qualcosa.
Una paura, una speranza, una domanda.
Forse è per questo che ci commuoviamo quando qualcuno dice:
— Te la racconto come la raccontava mio nonno…
Dentro quella frase vivono almeno due persone. Forse tre. Forse una catena infinita di esseri umani che, senza conoscersi, continuano a passarsi una piccola luce nel buio.
Ognuno riceve una storia. La custodisce per un tratto di strada. Poi la consegna a qualcun altro.
Così una bambina conosce una fiaba che attraversa i secoli.
Un ragazzo legge Omero.
Una madre canta una ninna nanna imparata dalla propria madre.
Un vecchio racconta un amore lontano.
Così qualcosa di loro continua a vivere.
La pioggia insiste.

