La soffitta Recensioni

The Cure – A Forest

Fernanda Patamia
Scritto da Fernanda Patamia

Atmosfere lugubri svelano la natura intima di un pezzo noir, intriso di quel simbolismo decadente fatto di impressioni indefinite e immagini sfumate

Nel 1980 i Cure pubblicano Seventeen Seconds, secondo album in studio per la band e lontano anni luce da quello d’esordio Three Imaginary Boys. Disco dalle sonorità rarefatte e ansiogene, rappresenta il primo capitolo di una trilogia dark in cui il senso di disperazione nasce, cresce in Faith e muta in follia in Pornography.
Fulcro dell’opera è l’eterna A Forest, considerata dallo stesso Robert Smith <<l’archetipo del sound dei Cure>>, che si addentrano per la prima volta nelle profondità di una tenebra ancora inesplorata. Complice un testo privo di ritornello e accompagnato da una sezione ritmica ripetitiva, il brano acquista un tono cadenzato muovendosi fra allegorie nebulose e metafore inafferrabili. Nel corso degli anni, l’autore dichiarò che nella stesura si fosse ispirato ad un sogno fatto da bambino nel quale si era perso in un bosco, salvo poi smentire questa affermazione dicendo che si tratta semplicemente di una  “canzone che parla di una foresta”.
Atmosfere lugubri svelano la natura intima di un pezzo noir, intriso di quel simbolismo decadente fatto di impressioni indefinite e immagini sfumate.
Parole essenziali tessono la trama di un racconto scarno, che scorre come un flusso di coscienza in versi, dall’incedere lento e ipnotico. Il punto focale è la ricerca di quel qualcosa che ci dia pace o quel qualcuno che ci completi, in un sorta di viaggio sonoro nelle viscere di un non-luogo spettrale e desolato. Un viaggio interiore in un luogo in cui si annidano sentimenti e stati d’animo nascosti.
Il lamento di un synth angosciante ci fa scivolare in un dedalo di suoni in cui un’inquietante chitarra si aggroviglia attorno a un basso tetro e quasi ovattato.
La partitura minimalista e fluida fa da sfondo a degli occhi che guardano nel buio, quel buio che è il riflesso di un’oscurità interiore che divora. Nella seconda strofa Smith, quasi delirante, affannosamente insegue in un sogno lucido, la voce di una figura che riecheggia e lo guida fra gli alberi. Ma la speranza presto si ammanta di un velo di malinconia e Smith avvolto da una cappa plumbea, perso e disorientato, realizza che non troverà quel che cerca alla fine della sua corsa. E così correndo verso il nulla risuona nella foresta lo sconforto riverberato di again and again and again… prima che il synth si allunghi in un’esplosione di tensione per poi sciogliersi sulle note di un basso che suona come un cuore pulsante che spegnendosi lascia spazio al silenzio.

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Fernanda Patamia

Fernanda Patamia

Sono la vocina paranoica nella testa di Tyler Durden. Sono la distorsione più rumorosa in un album dei Sonic Youth. Studio giurisprudenza ma spesso mi perdo fra dischi e libri su SOund36 e Leggere:tutti.

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