Interviste

Tetuan

Memet è un percorso sonoro tra mistero e magia, un viaggio bellissimo

Tetuan è una band marchigiana attiva da molti anni sulla scena musicale. Li ho piacevolmente ritrovati per dialogare sulla nascita ed evoluzione del loro progetto e sulla genesi dell’ultimo disco Memet: un percorso sonoro tra mistero e magia, un viaggio bellissimo. Potete scoprirlo qui:

Come nasce il progetto musicale Tetuan e quale la sua evoluzione nel tempo?
Edoardo: Tetuan nasce nel 2007 dalle ceneri dei Margot, il gruppo del liceo di Cristiano Coini, Riccardo de Luca e Stefano Campanari. I tre decisero di cambiare rotta rispetto alle precedenti scelte musicali e decisero di contattarmi per iniziare la lavorazione di nuovo materiale che si muovesse più verso la ricerca di una identità sonora della band. Sicuramente il loro background era quello del noise rock a la Sonic Youth, ma si contaminava volentieri con l’attitudine più cinematica del post rock del tempo, in particolare Cristiano e Riccardo erano fan dei Mogwai, ma anche degli One Dimensional Man, bisognava unire queste due anime sonore ed è così che abbiamo iniziato a lavorare a Tela che uscì nel 2009. 

Quali sono i vostri principali riferimenti artistici e cosa ascoltate attualmente?
Direi che ogni membro della band potrebbe darti una risposta differente. Sicuramente abbiamo dei punti di contatto: negli ultimi anni ci siamo interessati al lavoro di Muslimgauze (pseudonimo di Bryn Jones)con il quale abbiamo sentito un’assonanza, sia musicale che politica: le atmosfere arabeggianti dei suoi dischi sono unite a un sentimento oscuro di inquietudine e perdizione, uno scenario apocalittico, non a caso, in riferimento ai contesti bellici e alle diaspore di cui l’umanità soffre. La musica dei Tetuan è un po’ così: unisce elementi del folk alle atmosfere di una certa musica sperimentale oscura e rituale. Nell’ultimo album Memet ad esempio, ci siamo lasciati ispirare da alcuni dischi alternativi italiani degli anni 70, in particolare dal primo Battiato, per il suo rapporto spirituale con il mare e per l’esoterismo che emerge dai suoi insegnamenti criptici. Il rapporto fra l’uomo e la magia è stato un punto che ci ha ispirato anche nella produzione del precedente Serpent of Wisdom. Memet in particolare, sentiamo abbia una connessione con il mare e con il folklore a esso connesso. È stato composto principalmente sulla costa adriatica, abbiamo immaginato di registrarlo tra Porto San Giorgio e San Benedetto del Tronto. Tuttavia il suo concept non è puramente esoterico o spirituale, ma piuttosto indaga l’equivoco e il rapporto tra percezione e ambiguità, il terreno più fertile per far sì che l’immaginazione umana faccia il suo lavoro, ovvero produrre un film o quella che noi chiamiamo realtà, uno spettro. È un lavoro che dialoga strettamente con le foto che sono contenute nell’artwork a opera di Marco Criante, un fotografo marchigiano che stimiamo molto e che ha dato l’immagine alla musica contenuta nel disco.  

Contributo del fotografo Marco Criante su Memet:
ll lavoro fotografico parte dal reale, contesti quotidiani o luoghi attraversati nel viaggio. Le immagini utilizzano la realtà come un escamotage per far emergere visioni e paesaggi altri che restano ancorati a ciò che esiste ma che, attraverso lo sguardo e alcune scelte formali, si spostano su un piano più ambiguo, a volte alieno, a volte più onirico. Molte immagini funzionano su questo slittamento, una pozzanghera può diventare un cratere, come in una fotografia scattata nel sud della Francia, in un’area dove il paesaggio è dominato da terre ocra e polveri rosse, dove il colore stesso del suolo contribuisce a spostare il reale verso qualcosa di più alieno, un altro pianeta, mentre la superficie di un fiume può apparire come una massa scura, quasi materia nera o una luce artificiale nel buio assume un carattere rituale. I luoghi sono concreti, in questo caso il Mediterraneo, Italia, borghi, spazi naturali e architetture religiose, ma che vengono isolati dal loro contesto narrativo per trasformarsi in visioni. M’interessa lavorare su questa trasformazione del reale, è un modo di rendere visibile una dimensione più ambigua che spesso è già presente nei luoghi, soprattutto in quelli legati alla tradizione religiosa mediterranea, ai rituali e alle strutture nate per accogliere gesti collettivi e simbolici. Il viaggio è centrale, inteso come forma di peregrinare, spostarsi, sostare, osservare e lasciare che il paesaggio, naturale o costruito, riveli una dimensione più elusiva, soprattutto in territori segnati da una forte stratificazione simbolica. In questo senso, anche situazioni apparentemente ordinarie possono trasformarsi in visioni, le luci di un centro storico durante una rievocazione religiosa, osservate da una certa distanza e in condizioni atmosferiche particolari, possono evocare l’idea di un atterraggio, di una presenza estranea, quasi una navicella che si posa nello spazio urbano storico. Una piramide che conteneva un presepe all’interno di una particolare comunità religiosa, dove il confine tra rituale, architettura e immaginario è molto sottile, Allo stesso modo, un’altra delle immagini nasce all’interno di una chiesa dalla struttura moderna, ciò che appare come una forma astratta, immersa nel verde, è in realtà l’ombra di un altare reale, in un luogo dove ancora oggi si svolgono rituali antichi come gli esorcismi. È questo scarto tra un’estetica contemporanea e pratiche profondamente radicate nella tradizione a rendere il reale carico di ambiguità e a trasformarlo in visione. Nel complesso, le immagini funzionano come frammenti di un diario visivo, sempre legato ai territori attraversati, ciò che resta centrale in queste fotografie è mantenere aperto il confine tra quello che è reale e quello che può diventare altro, paesaggi alieni, sogni o rituali, lasciando le immagini “aperte”, non completamente decifrabili.
MICROBIO:

Marco Criante è un fotografo marchigiano, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Porta avanti da anni un’attività fotografica tra ricerca personale e progetti indipendenti.

Musicalmente la provincia è più ostacolo o opportunità?
Musicalmente credo che la provincia sia un ottimo spazio di gestazione, nel senso che hai più tempo e più spazio per dedicarti ai tuoi progetti se hai delle idee. Banalmente le Marche possono regalarti delle gioie se hai un gruppo rumoroso e ti piacciono i volumi alti, perché puoi isolarti in campagna e spingere quanto vuoi. Lo stesso non si può dire delle città dove limitazioni di spazi possono anche modificare i processi di creazione e alcune scelte tecniche come ad esempio la strumentazione da utilizzare. Vero è però che le produzioni che escono dalla provincia fanno fatica a non subire le egemonie culturali delle città e ad avere una risonanza ampia, finiscono spesso per rimanere nascoste. 

Potreste parlarci della genesi del vostro ultimo album e dell’esperienza della residenza artistica?
Abbiamo iniziato a registrare Memet tre anni fa partendo da idee ritmiche e percussive che ho registrato a San Benedetto del Tronto con Domenico Candellori. Abbiamo ripreso alcuni temi del folk mediterraneo e altri stili per poter dare una pulsazione variopinta al disco. Successivamente siamo andati al rifugio di Valle Scurosa a Sefro, in provincia di Macerata e abbiamo suonato varie cose su quei beat. È stato bello respirare l’energia dei Sibillini, fare passeggiate all’aperto, arrivare alle fonti d’acqua, cucinare sul fuoco e suonare di notte. Dopodiché siamo andati da Paolo Bragaglia a mixare le idee migliori e abbiamo avuto l’occasione di lavorare con il museo del Synth marchigiano e alcuni strumenti unici che Paolo ci ha messo a disposizione per rendere più interessante il nostro suono; quindi abbiamo riascoltato il materiale infinite volte e selezionato solo quello che ci sembrava ragguardevole. 

Progetti e live futuri e imminenti?
Vogliamo sicuramente portare live Memet perché il live è da sempre stata la nostra dimensione, stiamo ragionando sul ventennale della band che sarà l’anno prossimo, magari con l’occasione potremmo registrare dei brani che suoniamo solo dal vivo. 

 

 

LINE UP TETUAN:

Edoardo Grisogani: batteria, drum pad.

Cristiano Coini: basso, synth.

Alessio Beato: chitarra.

 

Hanno collaborato al disco Memet:

Laura Agnusdei: sax.

Domenico Candellori: percussioni.

Giuseppe Franchellucci: violoncello.

 

About the author

Annalisa Michelangeli

Mi chiamo Annalisa Michelangeli, nata a San Severino Marche nel 1982, ma cresciuta in un piccolo paese tra Marche e Umbria, sui Monti Sibillini. Vivo a Macerata. Amo la musica e ogni altra forma d’arte da sempre. Scrivo poesie e di recente ho pubblicato un saggio autobiografico su un mio personale percorso legato alla gestione della fibromialgia. Ho una formazione linguistica e letteraria, possiedo attestati per insegnare yoga per bambini e quello di assistente all’infanzia. Attualmente svolgo attività di docenza d’italiano per stranieri che è il mio ambito di specializzazione e mi appassiona molto. Da molti anni seguo concerti in tutta Italia, in passato con una frequenza maggiore essendo allora più libera da impegni lavorativi e famigliari: sono anche mamma di una bambina di otto anni. Nel 2007/2008 ho frequentato un corso di giornalismo musicale legato a una rivista che si occupava sia di jazz, che di rock. Ascolto soprattutto indie rock inglese e italiano, ma anche cantautori del passato, musica francese, sono curiosa di scoprire gruppi emergenti e nuove sperimentazioni nel panorama musicale.

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