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St. Vincent + Coves live @ Auditorium Parco della Musica

Elisa Fiorucci
Scritto da Elisa Fiorucci

Annie Clark si è congedata da tutte le precedenti versioni di se stessa per approdare, da un punto di vista musicale, a un elettro-pop dal sapore eighties, e dal punto di vista dell’immagine, a quella che sembra la cugina aliena e stravagante dell’hipster della porta accanto che era stata fino a qualche anno prima

Quella di stasera all’Auditorium Parco della Musica di Roma è una serata per palati fini. L’estenuante tour di St. Vincent, a supporto del suo ultimo disco omonimo, tocca finalmente l’Italia.
Annie Clark si è congedata da tutte le precedenti versioni di se stessa per approdare, da un punto di vista musicale, a un elettro-pop dal sapore eighties, e dal punto di vista dell’immagine, a quella che sembra la cugina aliena e stravagante dell’hipster della porta accanto che era stata fino a qualche anno prima. Se l’identità è ciò che resta costante nel cambiamento, è possibile rintracciare la “vecchia” Annie nei testi, sempre brillanti e talvolta sarcastici, e in una sensibilità pop che le ha permesso, soprattutto in America, di far breccia non solo sui patiti di musica indipendente (anche se lì la dicotomia indie/mainstream è molto più sfumata), ma anche sulle ragazzine delle high schools e su persone con gusti lontani dalla sua proposta musicale. In questo può aver aiutato la scelta di alcuni suoi brani per la saga Twilight a la serie Gossip Girl, in cui appare anche nel ruolo di se stessa (così come in Portlandia). Senza contare la partecipazione al concerto che i Nirvana hanno tenuto in occasione dell’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, in cui ha preso il posto (si fa per dire) del suo idolo di bambina Kurt Cobain in alcuni brani.
In Italia, a parte noi, gli appassionati di musica che scoprono i dischi leggendo sui siti e saltando a piè pari l’insipida roba che si sente per radio e in televisione, St. Vincent è conosciuta soprattutto come “la ragazza strana che ha suonato con David Byrne l’anno scorso”. A testimonianza di ciò il fatto che venga definita dall’ufficio stampa dell’Auditorium una “diva del rock” (prego?).
La platea della Sala Sinopoli è gremita, ma la composizione del pubblico e il modo di seguire il concerto sono completamente diversi dai live a cui vado di solito. Se avrete la pazienza di andare avanti nella lettura capirete che ciò non mi ha resa molto felice.

Il concerto viene aperto dai Coves, in leggero ritardo, ma ancora molta gente deve prendere posto.
Il duo (in quattro sul palco) non si presenta neanche, e suona un brano dopo l’altro quasi senza soluzione di continuità.
I primi nomi che mi fanno venire in mente sono quelli di Chromatics e Raveonettes, ma con un’attitudine più rock. Il suono non esce bene (andrà leggermente meglio durante il main act) e la location dispersiva di certo non li aiuta, ma ci fanno comunque passare minuti piacevoli e prendono anche molti applausi.

L’ingresso di St. Vincent e della sua band è annunciato da una voce robotica che chiede al pubblico di non fare foto e video. Si comincia con Rattlesnake, che, come un mio “collega” ha detto, nel migliore dei mondi possibili dovrebbe essere in heavy rotation in qualsiasi stazione radio del mondo.
Annie è fin dalla prima nota padrona assoluta della scena, bellissima nel suo abito luccicante, e la band è assolutamente perfetta. Un po’ meno perfetto il pubblico. Solo tra quelli seduti nelle mie vicinanze almeno quattro brandiscono il loro I-Phone puntandolo verso il palco, tre dei quali hanno più di quarant’anni.
Lo show è algido e coinvolgente allo stesso tempo. Contrariamente ai tour precedenti, questa volta nulla è lasciato al caso. La scaletta è quasi sempre la stessa, principalmente incentrata su St. Vincent e Strange Mercy, i giochi di luce sono magnifici, in alcune occasioni Annie e Toko Yasuda, sua collaboratrice da anni, si muovono e si mettono in posa in sincronia, e abbozzano balletti (spesso con risultati esilaranti). I momenti in cui Annie si rivolge al pubblico sono anche questi studiati. Nel primo dice che ciò che ci rende umani è la nostra capacità di fallire e poi ricominciare sapendo che falliremo ancora e ancora. La variazione italiana su questo tema è che spiccheremo il volo aprendo le nostre ali “su cui sono issati cartoni di pizza”. Entusiasmo in sala.
Ma la trentaduenne americana non è solo un’ottima performer, è anche una virtuosa della sei corde. Le sue capacità di strumentista sono un po’ sacrificate in questo tour, ma quando imbraccia la chitarra e vediamo le sue dita ossute volare sui tasti, come in Surgeon, ci dimostra che se volesse potrebbe, chessò, fare un disco noise-rock scrivendolo in tre giorni.
Altri momenti da ricordare la lennoxiana I prefer your love, in cui canta sdraiata sulla struttura piramidale al centro del palco, e Birth in reverse, col celeberrimo e sconcertante inizio “Oh, what an ordinary day/take out the garbage, masturbate”.
Certo, la nostra esperienza visiva e acustica è parzialmente rovinata da una coppia che litiga a poche poltrone da noi, e dalla vista di gente che si alza per andarsi a fumare una sigaretta dopo Cheerleader (mai viste cose simili). Tornando al concerto, la scaletta è accorciata rispetto ad altre esibizioni, come quella di Manchester di poche settimane fa, ed è un peccato perché a farne le spese è la versione chitarra e voce di Strange mercy (cercare su youtube cosa ci siamo persi) e la splendida Chloe in the afternoon. Dunque dopo una breve pausa Annie e soci tornano sul palco per l’unico bis, che come al solito è Your lips are red. E’ tradizione di St. Vincent quella d’impazzire nel bel mezzo della canzone, ma il modo in cui lo fa è ogni volta diverso. Stavolta inizia a correre tra le file dei posti, per poi tornare sotto al palco e venire sommersa dagli spettatori, mentre Toko lancia il basso a uno del pubblico e il resto della band prosegue a suonare come se nulla fosse. Anche noi ci alziamo e raggiungiamo Annie, e la scena che mi trovo davanti è surreale. Lei sta continuando a suonare con occhi spiritati, è lì ma chissà dov’è in realtà. Tutto intorno a lei ci sono persone col telefono in mano. Allora io supero tutti e faccio l’unica cosa per me normale: le stampo un bacio sulla guancia e le urlo nell’orecchio “Thank you Annie, I fucking love you” e le dò una spinta verso l’esercito di “testimoni digitali”. Dopo di me alcune fan iniziano a farsi dei selfie con lei, che ride esausta. Torna al microfono e finisce la canzone, ringraziandoci e salutandoci dopo aver presentato i musicisti.
Con un finale del genere, sicuramente sul podio dei più esaltanti che abbia mai visto, decido che questa serata non può finire prima che io non abbia incontrato Annie.
La mia decisione non sembra rendere felici gli impiegati dell’Auditorium, che ci guardano con disprezzo e ci dicono “dovete andarvene, e comunque se n’è già andata”, dopo che cinque minuti prima avevamo visto un addetto alla sicurezza accompagnare in camerino altri due ragazzi.
Alla fine azzecchiamo la strategia (e l’uscita) giusta e vediamo Annie venirci incontro con un “Hi guys!” e il suo manager già pronto col pennarello in mano.
Perché se hai classe sul palco ce l’hai pure fuori.

Elisa Fiorucci

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