Non tutte le prigioni hanno le sbarre: ve ne sono molte altre meno evidenti da cui è difficile evadere, perché non sappiamo di esserne prigionieri. Sono le prigioni dei nostri automatismi culturali che castrano l’immaginazione, fonte di creatività.
Henri Laborit lo aveva capito presto: il corpo non dimentica ciò che la mente censura. Quando l’azione viene inibita, quando non possiamo fuggire né combattere, qualcosa dentro si incrina. Prima si insinua una stanchezza sottile, poi un malessere che non ha nome, infine la malattia come linguaggio estremo di ciò che non siamo riusciti a dire o a fare.
La fuga, in Laborit, non è codardia ma sopravvivenza. È movimento, scelta, possibilità. È l’atto minimo e radicale di sottrarsi a ciò che ci nega. Se possiamo lottare, restiamo vivi. Ma quando l’azione è bloccata, quando accettiamo l’immobilità come destino, il corpo comincia a ribellarsi contro se stesso.
Allora riconosciamola la gabbia. Diamo un nome ai meccanismi che ci tengono fermi. Riattiviamo l’immaginazione come gesto politico e biologico insieme. Perché ogni atto di libertà, anche il più piccolo, è un ritorno a sé.
Quando quello che c’è fa male che il coraggio della fuga sia con noi!
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