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Sirene d’estate

Questa estate fate apparire persone in gamba, persone speciali, generose. Anche un po’ ingenue se possibile, passeranno come Canadair spegnendo i roghi del cinismo. Persone che amano come voi, avete capito?A vostra immagine e somiglianza. Inventatele e moltiplicatele. Riempitene il mondo.

Racconto di Massimiliano Bellavista
Copertina di eineBerlinerin

Allora uno se ne sta seduto su uno scoglio a Luglio con le gambe a mollo. Ma tu col bene che Ti voglio Te lo aspetteresti che ad un certo punto affiori all’altezza delle tue ginocchia una fata dai lineamenti bielorussi sputando graziosamente un pò di acquetta da due labbra crespose e turgide color barbabietola? Eppoi, come se non bastasse quella polena super erotica in carne ed ossa ti appoggia gli avambracci sulle ginocchia pelose e ti dice: Oggi si fa come vuoi tu.
Io le chiedo in che senso sperando che sia il senso che vorrei io e lei per tutta risposta mi guarda con quegli occhietti nucleari e mi dice: maccome è ovvio, non hai capito
Io subito penso che sia una faccenda simile al genio della lampada, quindi tre desideri eccetera e eccetera. E poi in verità con lei me ne basterebbe uno di desideri, non di più. Non ho il fisico. Lei intanto si gratta un seno e poi si accarezza fino al ventre e io ti giuro mai come in quel momento avrei voluto essere più attento quando mio zio tentava di insegnarmi come squamare il pesce.
No, lei non è una specie di genia. No no, macchè il sesso e cose così. Niente desideri da tirar fuori, niente lampade da sfregare. Posso solo far sparire quattro persone. Quattro, nota bene, non tre, alla mia fatina subacquea non frega niente del numero perfetto, anche in quello si deve distinguere. Puff! Una parola, anzi un mio pensiero e via dall’esistenza. Per sempre. Tutto qui. Si fa per dire.
Ma che razza di magia è –le domando. Nessuna risposta. Mi dice solo: ricorda, vale solo per oggi. E aggiunge: e bada bene che se ti dimentichi di far sparire anche una sola persona, l’unico a sparire sarai tu. E scompare tra i flutti. Andiamo bene. E io che quando mi aveva toccato avevo avuto anche una mezza erezione adesso mi sento contratto come un bastoncino surgelato con due olivette ai lati.
Guarda che non si tratta di una faccenda semplice. Il tizio delle consegne che mi ha fatto fuori perché ho il ginocchio scassato (in realtà me lo sono scassato proprio per lui il ginocchio, quella sera ho perso due legamenti e quattro pizze, e lui che rideva, mi voleva perfino far ripagare le pizze e poi mi ha anche detto e non era una battuta che per lui sarebbe stato meglio invertirli quei due numeri, lo stronzo) per esempio… che ci guadagno se muore o sparisce? Tanto lì mica mi riassumono.
Ci sono, faccio sparire uno importante, tipo il Presidente americano. Sai che casino? Sì, bella idea, facciamolo. Mi alzo tutto entusiasta ma poi penso, ma a me, a me in fondo che me ne viene?
Così mi rimetto seduto e rimugino. Poco più avanti c’è un bar, si vede la tele, i giochi olimpici. Che faccia triste quella nuotatrice con un costume da pesce fradicio. Medaglia d’argento. Anni di allenamento, ma si sa, quando si entra Papa si esce spesso cardinale. Eppoi si sa, in Italia è comunque festa. Se si è quarti si sfiora il podio, me li raffiguro mentalmente questi podi belli, bianchi, che vivono un’esistenza d’inferno con intorno tutti questi atleti italiani che li sfiorano, rischiando di centrarli, veloci come meteore e loro li schivano. Se si arriva terzi si è nei primi tre al mondo, se si è secondi siamo vicecampioni (quasigoal…sì anche questo credo che lo abbiamo inventato noi). Sì ma cazzo, alla fine vincono sempre ‘sti gran culo di francesi o inglesi. Quasi quasi provo se questa magia funziona, visto mai che si tratta di una ciofeka.
E cosi ZAC!, mi concentro sullo schermo (neanche tanto a dir il vero) e via la francese (o inglese, che ne so) e eccotela la nuotatrice nostrana cresciuta a cloro e pastasciutta a saltare in groppa all’allenatore e poi ad ascoltare l’inno di Mameli mentre morde il suo bell’oro. Di quella bisteccona transalpina che c’era prima, nessuna traccia.
Porcadiquellamiseria allora funziona davvero.
E ora che faccio?
Mi mangio le unghie con la velocità di una telescrivente, poi passo alle pellicine sotto le lunule delle dita (a quelle dei piedi non arrivo). Quando ho finito la potatura ansiogena mi guardo intorno e mi accorgo che è già pomeriggio. Ho poco tempo cazzarola. E finora che ho fatto? Ok ho reso felice un’olimpionica, che adesso avrà il diritto alla pensione del CONI e a scassarci i maroni come commentatrice ogni quattro anni, ho reso qualche appassionato del nuoto ancora più esaltato. Ma nessun autentico graffio nella storia. Nessuno che mi stringe la mano e mi ringrazia.
Potrei far sparire un dittatore. Sì, poi ne metterebbero un altro, magari anche peggio, o potrebbe anche succedere che il Paese che scelgo piomba nel caos per anni e così avrei la responsabilità di migliaia, forse milioni, di profughi e morti. No, non va bene.
E allora cosa?
Faccio due passi circospetti sulla griglia del lungomare assolato. Mi sento una specie di mostro. Ad un tratto. All’altezza del Tribunale, vedo un parapiglia. Liberano Visconti, il pluriomicida, il sicario dei boss, il benemerito delle aziende chimiche, soprattutto quelle che producono acido. Diavolo. Non ci posso credere, guardo le news sul telefono e vedo che lo fanno per un vizio di forma. Cazzo, ha ucciso per la mafia circa duecento persone e adesso è a piede libero. Bene, è un segno, Visconti, sei stato nominato, ti faccio subito sparire. Chiudo gli occhi. Poi li riapro e tutto attorno a me sento ugualmente tanto clamore.
La prima pagina online di Repubblica intanto è cambiata. Due pezzi in primo piano. Uno è un lungo articolo di fondo del Direttore che lamenta l’inerzia dello Stato. Più di duecento casi di omicidio di stampo mafioso ancora insoluti. Si pensa ad un unico sicario, ma a distanza di vent’anni non si sa ancora chi sia. Davanti al tribunale ci sono le stesse persone di prima, ma orA sono legate al cancello, che chiedono un nome per l’omicida dei loro cari. Visconti non lo conosce più nessuno.
Il secondo pezzo sul giornale è addirittura clamoroso. La nuotatrice in conferenza stampa ha restituito la medaglia agli organizzatori dicendo piangente che non la merita perché ha usato sostanze illecite.
E così, finora ho malamente sprecato due desideri e ho fatto un buco nell’acqua. Due buchi nell’acqua. Anzi, in un certo senso ho addirittura lasciato il mondo peggio di come l’ho trovato.
E allora? Perso per perso farò meno l’altruista e mi vendico. E poi c’è questo sole che picchia come una mazza da calafato sulla mia testa e il sudore viscido e bollente che mi sta asfaltando la schiena. Sulle strade di questa estate secca e vuota non c’è nessuno. M dove cazzo va la gente tra le undici e le quattro in Agosto dico io. Ma sì, ma sì via quello stronzo di Antonio, che sarebbe il compagno della mia ex moglie che sta nella mia ex casa e caca beato nel mio ex cesso. Lo proietto fuori dall’esistenza in modo spettacolare. Mi apposto davanti casa che parcheggia la sua auto pacchiana col motore ibrido che va a diesel e minchiate, lo vedo salire col petto in fuori e il culo a pizzo come un orango. Gli do cinque minuti e ZOT! Non c’è Antonio, chi è Antonio, non c’è mai stato un Antonio. Oh Gesummaria però dopo dieci minuti la mia ex metà se ne scende a braccetto con uno che sembra la copia spiccicata del Visconti. Che ci fa il Visconti con mia moglie? Ma che potere di merda mi han dato, i cattivi li cancello da una parte e ricicciano fuori dalla finestra dell’esistenza?
Mi rimane solo una chance, adesso devo fare le cose per bene.
Guarda che non puoi fare niente, ti hanno fregato. Ecco tutto
C’è un tale sulla mia destra. Molto in carne. Porta una canottiera e braghette estive poco sopra il ginocchio. Motivo scozzese. Profilo francese. Completano il quadro un tramezzino al tonno nella mano destra e una Fanta nella sinistra. Insomma un Fantozzi 2.0 senza spaghetti e rutto libero. O almeno spero visto che ora mi sta davanti.
La dovevi affogare seduta stante mettendole i piedi in testa, amico del sole. Dal momento che l’hai lasciata parlare lei ha già vinto
Ma chi?
E chi dai! La fatina, no? Non penserai che ci scelgano a caso, no?
Perché anche tu….
Certo, questa mattina, sul lungomare. Bonus di ben quattordici persone. Non sapevo che fare ma casualmente son passato davanti all’Agenzia delle Entrate e sai com’è, da ex commerciante è stata una festa…beh insomma, mi sono rimaste solo due chance. Ma non importa, tanto non ne userò più nemmeno una. Ho capito cosa fare.
E che cosa vuoi fare – gli chiedo
Lui mi squadra e poi fa Hai notato che più ti spremi le meningi per far sparire persone brutte dall’esistenza e più peggiori le cose? Al loro posto ne vengono fuori sempre di peggio. All’Agenzia delle Entrate per esempio, ora al posto dell’impiegato che mi ha fatto perdere il negozio c’è uno che sembra il clone di Hitler, baffetto impomatato incluso.
Allora?
E allora niente, meglio non fare niente
Già, così spariamo noi. Io mi sono appena giurato di non far sparire più nessuno, tanto non serve su questo sono daccordo con te, ma non voglio sparire neanche io.
Non è detto che si debba sparire, -dice strizzando l’occhio e avvicinandosi a me. Metti caso che facciamo come in Ghostbusters e incrociamo i flussi. Secondo me la freghiamo, la pesciolona procace.
Incrociare i flussi?
Sì, come fanno alla fine del film coi disintegratori. Mai incrociare i flussi. E noi invece, proprio ma proprio nello stesso momento, ci facciamo sparire l’un l’altro.
E poi che succede
E chi lo sa? Ma ci vuole poco ad esser meglio di così.
Dopo una breve discussione decidiamo di farlo. Mi fido. Ci mettiamo uno di fronte all’altro e ZAC! ZOT!. Mi ritrovo più vecchio di vent’anni, con un tramezzino al tonno in mano e una Fanta (calda) nell’altra. Non siamo spariti, ci siamo solo scambiati. L’altro, lui, adesso è …me- E io sono lui.
Bello eh? Perfettamente riuscito. Che bel corpo in forma che hai dice sgranchendosi tutto. Io invece avevo il diabete e un tumore all’ultimo stadio. Buona vita amico mio.
Se ne va. Lui se ne va, E adesso? Ho ancora un desiderio, quello che era il suo, ma non lo voglio usare su lui, cioè me, insomma sul mio corpo che se va (l’unica parziale soddisfazione è essermi liberato in un colpo solo di gonorrea ed emorroidi, d’ora in poi se la vedrà lui), così sempre più depresso trascinando la mia ciccia torno al molo. Del resto è quasi notte. La sirena arriva, puntuale, io le racconto che non voglio esprimere l’ultimo desiderio e lei allora mi si piazza davanti pronta a farmi sparire. In quel momento, proprio in quel momento, sento montarmi dentro una rabbia, ma una rabbia che non ha uguali e chissà come chissà perché desidero che la sirena sparisca. Ci provo, tanto che ho da perdere. Di nuovo si incrociano i flussi. ZOT!. ZAC!
Accipicchia, mi dico quando riapro gli occhi, che bello essere una sirena. C’è solo da abituarsi a muovere bene i fianchi per nuotare, ma per il resto sono proprio una strafichissima creatura mitologica. Chissà che farà lei nel corpo di quell’altro, se finirà la Fanta e il tramezzino al tonno. In fondo lei è una sirena, non dovrebbe trattarsi di cannibalismo.
Adesso che faccio, mi dico. Sento che tra le squame c’è una tasca, Dentro la tasca, un astuccio. Dentro l’astuccio, un telecomando. È piuttosto intuitivo, capisco che comanda i miei super poteri e con esso posso assegnarli anche al prossimo, e così decido di riprogrammarli a modo mio. Poi ritorno al molo e aspetto paziente che arrivi qualcuno.
Che bella coppia giovane. Si tengono per mano. Lei è leggermente più alta di lui, veste una maglietta bianca che le lascia scoperta la schiena abbronzata e le ricade sui fianchi generosi, fasciati da jeans corti e leggeri color indaco come i suoi occhi. Lui è un bel giovane di colore, le mani grandi appaiono forti alla vista, le spalle larghe sembrano quelle di un nuotatore. Gran bel sorriso. In società non possono avere più di trent’anni, di cui il ragazzo possiede senza dubbio la quota di maggioranza.
Non avete paura di me?
E perché mai –fa la ragazza.
Non vi sembro strana? Dico agitando la mia pinna lucida.
No, e poi io credo ancora alle favole.
Non siete poi tanti a crederci ancora.
Quando affondi in un incubo, le favole sono come delle zattere di salvataggio, dice il ragazzo
Viene fuori che il padre di lei è un piccolo armatore. Lei ha letteralmente pescato il suo ragazzo in mare, molto a largo. Lo ha preso dalle braccia, che sembravano tronchi d’ebano intagliato alla deriva da un altro continente. E lo ha rianimato, perché era praticamente morto. E quel cuore risvegliato è diventato suo. Perché i cuori risvegliati subiscono l’imprinting sono come uova alla schiusa, dice lui. Lei ride. Dice che è stata come quella favola che le leggeva il padre da piccola. Ha trasformato con un bacio una rana in principe.
E il nostro desiderio?. Mi chiede lui.
Semplice dico io. Questa estate fate apparire persone in gamba, persone speciali, generose. Anche un po’ ingenue se possibile, passeranno come Canadair spegnendo i roghi del cinismo. Persone che amano come voi, avete capito? Quante ne vogliamo, si quante ne volete, non c’è limite, non c’è limite, possiamo da adesso, potete da adesso. A vostra immagine e somiglianza. Inventatele e moltiplicatele. Riempitene il mondo. Ci penseranno loro a far sparire tutte le altre. Mi volto e li saluto, buona estate mi dicono mentre si baciano. Ma io sono già sparita. Accidenti che sete che mette quest’acqua di mare. Vorrei tanto una Fanta. E un panino al tonno.

About the author

Massimiliano Bellavista

È stato detto di Massimiliano Bellavista, ingegnere, scrittore blogger e docente universitario, che cerchi sempre nelle parole proprie altrui la tana del Bianconiglio. Nella tana spera di trovare un punto di vista particolare o anche solo qualcosa di speciale che nessuno ha colto prima. A volte ci riesce, a volte si accontenta di qualche gioco di prestigio. Se non proprio il Bianconiglio dalla tana, almeno sarà capace di tirarne fuori uno dal suo cilindro.
Si ritrova molto bene nella parola ‘Quatsch’ ma solo se significa ‘caos’, un caos nobile, perché crede molto nelle zone grigie, di confine, dove ad esempio i confini tra musica e parola si attenuano fino a sparire.

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