Pop Corn Sound&Vision

Sergio Beercock @ Ausonia Club (RC)

mi hanno colpito i paesaggi senza tempo in cui si muove

La stazione, da sempre, come luogo d’incontro e separazione, è fonte inesauribile di storie destinate per lo più a perdersi nella memoria. Un luogo affascinante e fascinoso, che declina gli infiniti colori della vita e che diventa fonte d’ispirazione per l’Arte. Arte e Stazione un connubio che diventa sinergia nel momento in cui persone illuminate strappano al degrado locali abbandonati e li rigenerano con l’Arte. Ed ecco che la stazione diventa luogo d’incontro, di confronto e di crescita per l’intera comunità. È in questo contesto, e con questi scopi, che è nato il Club Ausonia a Reggio Calabria, ed è nei suoi locali che il 25 febbraio abbiamo conosciuto e ammirato la Musica di Sergio Beercock.
Cena tranquilla durante la quale abbiamo avuto modo di apprezzare l’aspetto umano del giovane musicista anglo-siculo, con il quale si è chiacchierato di Wollow, suo disco d’esordio, della passione per il Teatro nel quale è cresciuto e si è forgiato, e di quella che si sta delineando sempre più come una scena palermitana.
Il tempo scorre veloce e inesorabile e arriva il momento in cui Sergio imbraccia la sua chitarra-ukulele e si concede ad un pubblico selezionato, educato e, soprattutto, curioso di ascoltare ciò che solo per passaparola ha conosciuto. Grande Artista, così l’ha presentato Filippo Sorgonà, deus ex machina di questo evento, e se lo dice lui… c’è da fidarsi.
Il concerto inizia e uno dopo l’atro scorrono caldi e avvolgenti i brani di Wollow. Parola che non esiste ma che, nel contempo, è il filo conduttore dell’intero album. Wollow è, infatti, una sorta di diario nel quale confluiscono pensieri, ricordi, esperienze e sogni dell’autore che la Musica sublima e universalizza. Testi e storie nei quali, dunque, ognuno può facilmente ritrovarsi. Ma ai testi personali, si alternano traditional rielaborati ad arte, a liriche accompagnate dalla musica, brani cantati a cappella. Mi piace citare Jester, Il Giullare, non solo perché è una bella poesia / canzone, ma perché ha in sé lo spirito stesso dell’album. Sulla figura medievale delle sue peculiarità non mi soffermo, mi hanno colpito, invece, i paesaggi senza tempo in cui si muove e tre versi nei quali non mi è difficile ritrovare Sergio Beercock: I do not walk, I fly on wings / But only one’s the important thing / That I keep on flying against the wind.
Il concerto termina con due inediti, che confluiranno in quello che sarà il prossimo album, e quelle che rimangono sono solo sensazioni positive. Bello e curato il canto che si destreggia con facilità tra le diverse tonalità e… il pensiero corre veloce a Tim Buckley. Evidente lo studio e la naturale predilezione per il folk anglosassone e celtico, al quale unisce solarità e sonorità decisamente mediterranee, ma anche la passione per il cantautorato andino. Curate le liriche, che vengono pensate e proposte in lingua inglese o, come nel caso di Silencio, in lingua spagnola.
Il momento più triste è quello dei saluti, ma… è nelle regole del gioco: c’è chi va e c’è chi resta. Rimane un bel ricordo, un arrivederci e l’attesa per i prossimi arrivi.

Articolo di Fortunato Mannino
Foto di Filippo Sorgonà e Pasquale Pacilè

 

About the author

Fortunato Mannino

error: Sorry!! This Content is Protected !!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Con questo sito acconsenti all’uso dei cookie, necessari per una migliore navigazione. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su https://www.sound36.com/cookie-policy/

Chiudi