Recensioni

Sean Noonan Pavees Dance – Tan Man’s Hat

Fortunato Mannino

Un collettivo variegato, composto da generazioni diverse di avanguardisti, che garantisce il giusto equilibrio tra quello che non ci si aspetta e quello che c’è da scoprire

Sono bastati due mesi di caldo torrido e di improrogabili impegni lavorativi a far crescere, in modo esponenziale, sulla mia scrivania una sorta di muraglia di cd che attende un ascolto attento. Non me ne vogliano artisti e uffici stampa ma… L’ascolto e la scrittura hanno tempi diversi. Tra i tanti dischi da ascoltare un posto a sé, forse per certi aspetti anche privilegiato, lo hanno quelli della RareNoiseRecords. Nomi e copertine sono un porto sicuro dal quale salpare verso territori musicali inesplorati. Un’occhiata veloce e, per un criterio soggettivo di natura empatica, la prima scelta è caduta su Tan Man’s Hat, secondo album del collettivo di harmolodic jazz-rock denominato Pavees Dance. Collettivo che ruota attorno alla figura del batterista e compositore irlandese Sean Noonan. Fin qui tutto fila abbastanza bene, ma per dare un’idea di massima di quelle che sono le caratteristiche di Tan Man’s Hat dobbiamo soffermarci un po’ a riflettere su alcune parole. La prima di queste è: harmolodic. Il pensiero corre veloce a Ornette Coleman e alla sua teoria, non facile da spiegare in poche righe, dell’armolodia. Sintetizzo, banalmente, in poche parole: improvvisazione, armonia e melodia hanno uguale importanza annullando, di fatto, i ruoli di solista e accompagnamento. Il jazz rock, nelle loro varie declinazioni cromatiche, rappresentano gli altri aspetti di un disco che, per sua natura, sfugge ad ogni tipo di classificazione.
Partendo da questi presupposti è facile capire il perché di collettivo e non band e, se si sbirciano i nomi dei musicisti che ruotano attorno a Sean Noonan non è difficile coglierne le diverse estrazioni: Malcolm Mooney voce della prima formazione dei Can; il bassista Jamaaladeen Tacuma membro della Ornette Coleman’s Prime Time dal 1976 al 1987 ma, se consideriamo la sua carriera e la sua discografia, non è che una parentesi; la chitarrista, cantante e compositrice Ava Mendoza, membro e leader degli Unnatural Ways, la cui tecnica chitarrista e il lavoro sperimentale l’ha portata all’attenzione di critici e pubblico; il tastierista / pianista Alex Marcelo, formazione classica con escursioni importanti nel jazz, la più importante quella con Yusef Lateef.
Un collettivo variegato, composto da generazioni diverse di avanguardisti, che garantisce il giusto equilibrio tra quello che non ci si aspetta e quello che c’è da scoprire. Un’altra parola da approfondire e spiegare è Pavees, da cui il nome del progetto e che dello stesso rappresenta l’anima meno avanguardista.
I Pavee sono una tribù nomade d’origine irlandese che, come tutte le popolazioni che vivono a stretto contatto con la natura e ai margini della società, sono costrette a far di necessità virtù trasformando ciò che trovano in qualcosa di utile. Per traslazione possiamo dire che le storie, le emozioni, la realtà vengono raccolte e trasformate attraverso le parole in liriche. I due artigiani sono, in questo caso, Sean Noonan, che ama definirsi un rhythmic storyteller e Malcolm Mooney, a cui spetta il compito di adattarle al meglio alla Musica senza tralasciare l’elemento improvvisazione.
Tante le suggestioni e gli spunti di riflessione che si potrebbero approfondire ma Tell Me, il testo più politico dell’album, offre la possibilità di ricordare a tutti che viviamo in periodo storico molto particolare, nel quale le spese militari aumentano e ad una politica sempre più cinica fa eco un sistema d’informazione sempre più subdolo e ipocrita. A testimonianza del fatto che le liriche non sono secondarie, in nessun modo, alla Musica.
Un grande album per una grande etichetta discografica.

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