Interviste

Sàrgano – Intervista

Caterina Lucia
Scritto da Caterina Lucia

A quattro anni di distanza da Sàrgano EP, T è l’esordio discografico della band marchigiana Sàrgano ed è un concept album incentrato sui vari significati della parola “chiusura”. Chiusure intese come storie d’amore finite, esperienze belle o brutte concluse, ma anche chiusure reali. L’album è stato anticipato dai singoli T e D’agosto di stampo elettronico; è un lavoro eterogeneo fondato sulla sintesi tra le diverse anime musicali dei membri della band. Sentimenti di rabbia e repressione sono quasi tangibili nelle tracce dal tiro più rock e con meno derive elettroniche, non mancano poi momenti dai tratti più cantautorali.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Filippo Piunti che ci ha raccontato un po’ la genesi di questo loro esordio.

Ciao Filippo e benvenuto su SOund36. In questa intervista farai da ‘voce solista’ e ci racconterai della tua band. Cominciamo subito col dire che tornate dopo 4 anni sulla scena musicale. Siete quattro amici ed avete generi musicali differenti che elegantemente sapete unire: da dove sono partiti i Sàrgano?
Innanzitutto ti ringrazio per questo “elegantemente” perché è un aggettivo al quale tengo molto. Sàrgano è stata, ed è, la necessità di esprimere delle riflessioni sotto forma di canzone, di declamare un’idea, un sentimento, un concetto a qualcuno che, per vari motivi, non può o non vuole ascoltare.
Coi “mattacchioni” che mi seguono ci siamo conosciuti strada facendo: Anselmo ha risposto a un annuncio che avevo messo per cercare un batterista, Mattia l’ho contattato perché sapevo del suo talento e Mirko mi è stato presentato da quest’ultimo.

Quando avete iniziato la vostra avventura avevate le idee chiare?
Purtroppo non le abbiamo nemmeno adesso (rido): ascoltiamo musica diversa, abbiamo età diverse, tutte cose che nel tempo hanno tentato di allontanarci. Lo scorso lavoro “Sargano EP” è stato un primo tentativo di capire che strada prendere ma c’erano delle forti insoddisfazioni all’interno del gruppo. Con l’uso dell’elettronica abbiamo trovato un punto di ripartenza e siamo anche più sicuri dei nostri ruoli.

‘T’ è un album pregno di rabbia e repressione nelle tracce dal tiro più rock e con meno derive elettroniche, non vi siete fatti mancare momenti dai tratti più cantautorali. Il vostro esordio discografico è davvero molto interessante, diciamo pure che partite con il botto. Com’è stata la gestazione di quest’album?
Sì, hai detto bene purtroppo. Rabbia e repressione sono le forze scatenanti e, anche se il botto di cui parli non c’è stato in termini di ascolti, non me ne rammarico affatto poiché, per quanto mi riguarda, la musica serve proprio per sfogarmi e dire quelle cose di cui ti parlavo prima. “T” è nato su una panchina in compagnia della musa protagonista della maggior parte delle tracce. Successivamente questa musa si è allontanata e l’album ha avuto il principale scopo di dimostrarle che anche un grigio ingegnere è capace di fare qualcosa di artistico, che anche in una provincia dimenticata da eventi culturali stimolanti si può fare musica.

Cosa vi ha maggiormente contaminato?
Io vengo dall’indie rock anni ‘90 e non me ne sarei mai allontanato se non avessi incontrato quei tre! Quello con cui vado maggiormente d’accordo è Anselmo con cui condivido il nostro gruppo preferito, Verdena; a Mirko piace molto il funk, mentre Mattia è elettronica pura (non a caso ha prodotto lui l’album e non suona quasi mai nei live).

Ho letto che definite ‘T’ ”un concept album che affronta i vari significati della parola chiusura”. Fra i tanti, su che tipo di significati vi siete concentrati?
La title track è sicuramente l’esempio più evidente: la T infatti è il simbolo della strada chiusa, senza via d’uscita. Ci sono poi significati come l’apatia, in “Non rimane che il mare”, la fine di un ciclo in “Un fiore di merda”, oppure l’ottusità in “Giacomo Giacomo”. Ogni traccia ha un significato diverso, in alcune più esplicito, in altre meno.

Vorrei concludere questa intervista con una specie di provocazione, giusto per smuovere le coscienze, visto che ultimamente il nostro panorama musicale sembra propinare, a volte, roba poco innovativa. Quindi vorrei che spiegaste ai nostri lettori perché vale la pena ascoltarvi e soprattutto cosa avete di nuovo da mostrare?
Mi piacerebbe far arrivare il tentativo di coniugare generi abbastanza diversi tra loro. Se fra qualche anno dovessimo ri-uscire con un nuovo album, sarebbe meraviglioso sorprendere anche solo un ascoltatore che ci ha conosciuti. E poi riflettere su alcuni aspetti di cui non si parla spesso… Ecco, credo che questo non sia il classico album da ascoltare a fine giornata lavorativa: lo vedo più da domenica sera, quando ci si sente chiusi.

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Caterina Lucia

Caterina Lucia

Ribelle, testarda e con un animo fortemente punk. Sono sempre alla ricerca della bellezza pertanto amo la musica, l’arte, la poesia e il caos. Guardo oltre le apparenze, mi riconosco nei particolari impercettibili. Mi piace dare un senso profondo alle parole e giocarci come faceva Kandinsky con i suoi colori; scrivo per necessità, per dissestare i miei pensieri.

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