Sound&Vision

Roy Paci @ AtinaJazz

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Scritto da Paola Varricchio

Non so se avete avuto mai la fortuna di arrivare ad un concerto e sentirvi parte di qualcosa di speciale, che non è solo una suggestiva location, non è solo il livello alto della proposta musicale, di sentire da subito che c’è qualcosa in più.
Mercoledì 25 luglio siamo stati all’AtinaJazz per la serata conclusiva di quello che sembra essere stato un bellissimo festival. Sul palco del Palazzo Ducale di Atina si sono esibiti alle 21 i chitarristi Julien and John e, dalle 22, Roy Paci & Mauro Ottolini Penta Blues, con Roy Paci alla tromba, Mauro Ottolini al trombone, Vanessa Tagliabue Yorke alla voce, Roberto De Nittis al pianoforte, Riccardo Di Vinci al basso, Zeno De Rossi alla batteria.
Un viaggio di circa un’ora e mezza alla ricerca di William Christopher Handy, musicista statunitense noto anche come il padre del blues.
“Nella ricerca delle radici della musica americana, tutte le strade portano a Memphis” dice Amanda Petrusich nel suo viaggio attraverso la storia della musica americana, tant’è vero che uno dei primi pezzi che la band ci ha fatto ascoltare è Memphis Blues, brano di Handy del 1912, ripreso poi da tantissimi musicisti.
Un blues che oggi con capita di sentire tutti i giorni, musicalità di una fioritura straordinaria. Da Memphis Blues a Nobody Knows You When You Are Down and Out, fino a Yellow Dog Blues passando per Summertime, questi grandi musicisti si sono fatti (e ci hanno fatto) un regalo: la possibilità di ripercorrere le strade che sono appartenute a tutti loro, di tornare alle origini del blues ripercorrendo le linea tracciate da un musicista straordinario, la cui musica è stata ripresa negli anni dai più grandi jazzisti di sempre, come L. Amstrong, per citare una tra le punte di diamante, dipingendo, così, un minuzioso ritratto delle atmosfere della New Orleans di inizio Novecento.
In più bisogna dire che sul palco ci sono sei artisti eccezionali, ognuno di loro avrebbe potuto stare lì da solo e incantare il pubblico, figuriamoci in sei, tutti insieme, affiatati, divertiti, pieni di passione.
Ma non vi ho ancora parlato della magia, quella con cui ho iniziato a raccontarvi di questa serata, quel “qualcosa in più” che succede quando un festival non si fa in un posto, ma gli appartiene. Perché questo accada non bastano le competenze, la professionalità, non sono sufficienti scelte artistiche di alto livello ed un’organizzazione impeccabile, ci vuole cuore.
A chiudere la serata e l’intero festival (anche se in realtà ci saranno altri concerti e vi invitiamo a dare un occhio al calendario http://www.atinajazzfestival.com/2016/calendario/), è stato Antonio Pascuzzo, direttore artistico ed egli stesso musicista. Antonio ha cantato due pezzi, Altà Felicità e Gioia, invitando tutto lo staff a salire sul palco con lui tra abbracci e palloncini, sorrisi e bolle di sapone sparate all’impazzata. L’intuizione iniziale di star prendendo parte a qualcosa di straordinario a questo punto esplode in un’emozione condivisa perché “senza poesia la gente non è umanità”.

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Paola Varricchio

Napoletana di nascita e di appartenenza.
Nel 2010, da una coabitazione con tre amici in un appartamento-bed&breakfast nel cuore del centro storico napoletano, comincio, quasi per gioco, un' avventura chiamata Frammenti: l'apertura di uno spazio di condivisione e di ascolto.
Una cantina, un piccolo palco, l'amplificazione presa in prestito, cuscinoni a terra e tavolini ikea, poi l'acquisto di un pianoforte, il susseguirsi di rassegne musicali dedicate al cantautorato ed alla musica indipendente. D'estate l'organizzazione di alcune date fuori da casa nostra, in luoghi all'aperto ma sempre privati, intimi e quotidiani, che esprimessero vissuto e condivisione. Poi, ancora, alcune date che ci hanno aperto non porte ma portoni, come quello bello grosso del Maschio Angioino. Sei anni indimenticabili, dove affondano le radici del mio amore per la musica indipendente, non quella dei grandi palchi, ma quella appassionata delle grandi sensibilità che, spesso, nascono nelle cantine come la nostra, e tante volte ci rimangono.

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