Interviste

RosGos, Intervista

Fernanda Patamia
Scritto da Fernanda Patamia

E’ un viaggio attraverso diversi stati d’animo, al ritmo di cavalcate sonore

Abbiamo fatto una chiacchierata con Maurizio Vaiani, ex voce dei Jenny’s Joke, al suo secondo album col progetto solista RosGos. Lost in The Desert è un viaggio attraverso diversi stati d’animo, al ritmo di cavalcate sonore che visitano mondi musicali distanti tra loro, ma sempre riconducibili ad una precisa identità dell’autore.

Benvenuto su SOund36. Sono curiosa, come è nato lo pseudonimo RosGos? E come hai iniziato a fare musica?
RosGos è una forma dialettale cremasca e sta a indicare il pettirosso. Una delle ultime volte che vidi mio padre eravamo seduti su una panchina. Era molto malato, non mi riconosceva praticamente più. Quel giorno vicino a noi si posò un pettirosso e mio padre, voltandosi verso di me, mi disse semplicemente: un rosgos. Il mio è quindi un omaggio alla sua figura.
Ho iniziato a suonare fin dalle elementari, dapprima con il flauto dolce, poi il clarinetto nella banda del paese e poi mi sono ritrovato a fare punk. In pratica per un certo periodo ho convissuto con la musica classica di Verdi e il punk dei Ramones. Ho scelto di seguire questi ultimi.

Quali sono gli artisti che hanno influenzato maggiormente la tua produzione musicale?
Non sono più giovanissimo e quindi la mia musica oggi risente di tantissimi generi che nel corso degli anni ho amato, odiato, studiato, ripudiato. In generale direi che la new wave ed un certo tipo di folk americano hanno avuto la meglio su Lost in the desert. Durante la gestazione del disco ho avuto spesso in loop i dischi dei 16 Horsepowers e credo che una certa influenza si possa sentire. Nick Cave è sempre stato il mio idolo ma non ho mai provato a copiarlo, sarebbe pietoso e probabilmente anche ridicolo.

Parliamo di Lost in the Desert: cosa c’è dietro questo titolo?
Il titolo e la copertina fanno a pugni tra loro. Il titolo evoca uno spazio indefinito, l’artwork del disco invece è rappresentato da una montagna fatta di gradoni di marmo, quindi uno spazio ben definito, chiuso. Ho voluto che queste due sensazioni si scontrassero tra loro. Il fatto è che per deserto non ho voluto intendere solo quello geografico fatto di spazi senza fine. Ho voluto e ho cercato di dare voce al deserto dell’anima, allo svuotamento di interessi e passioni che smuovono la vita. Questo deserto, questo vuoto che spesso crea barriere e rende tutto più difficile e sofferente. Ho provato ad immaginare la nostra società in questa condizione. Una società che ha di fronte questi gradoni di marmo,li deve scalare e superare. Fare fatica e quindi soffrire per andare oltre quella montagna di pietre e sentirsi rinata, nuova.

L’album tocca mondi musicali anche molto distanti fra loro: folk, rock, cantautorato, pop. Quale di questi credi sia quello che ti rispecchia di più?
Difficile rispondere a questa domanda quando si è consapevoli che tutti i generi alla fine confluiscono nelle mie creazioni, spesso anche involontariamente e soprattutto inconsapevolmente. Sicuramente il folk, l’americana, negli ultimi anni ha fatto molta strada nei miei ascolti ed è indubbio che abbia influito nella stesura dei brani. In ogni caso sarei falso a non ammettere che la mia storia di fruitore musicale mi porta inevitabilmente alla new wave, al post punk. Forse farei prima a rispondere qual è il genere che quasi certamente ha poche influenze su di me. La risposta è il cantautorato nostrano al quale ho prestato sempre poca attenzione. Non mi ha mai attirato, non mi ha mai incuriosito a tal punto di approfondirlo.

Qual è stato il testo più difficile da scrivere?
Dal punto di vista emotivo sicuramente Standing in the light che è stato anche il singolo dell’album. Una canzone dalla melodia molto pop, comunque easy, ma con un testo per nulla scanzonato, anzi. Ho dovuto ricordare certe emozioni per scriverlo e non è stata una passeggiata. Dal punto di vista tecnico il testo più impegnativo è stato indubbiamente 17. Il testo ho dovuto riscriverlo più volte per cercare di incastrarlo sempre meglio con la musica, con i suoni, con gli arrangiamenti. Non un’operazione semplicissima, ma alla fine sono molto soddisfatto.

Secondo te, qual è la componente più importante di una canzone?
Il climax. Potrei risponderti che gli accordi sono fondamentali, come altrettanto importante è trovare le parole giuste per trasformare i tuoi testi in poesie. Ma quello che più conta, almeno per me, per la visione che ho io della mia musica, è creare un’ambientazione nella quale mi trovo a mio agio e nella quale cerco di portare l’ascoltatore. Un’ambientazione fatta da tantissimi ingredienti che uniti e miscelati ti porteranno a creare quello che io chiamo climax. Non so se è il termine giusto, ma poco importa. L’importante è avere le idee chiare su che tipo di ambientazione si vuole creare. Per il come farlo esistono i produttori che ti danno una mano e ti facilitano il tutto. Nel mio caso mi aiuta un mio caro amico, Marco Torriani, che mi conosce da una vita e quindi sa quali sono i mezzi che amo di più e quali invece è meglio evitare.

La tua lunga esperienza nell’industria musicale ti ha permesso anche di assistere a svariati cambi di scena. Cosa ne pensi dell’attuale panorama musicale italiano?
Ho visto sì tanti cambiamenti, non sempre in meglio ahimè. Musicalmente siamo arrivati in una zona di produzione che non mi rispecchia, anzi, è proprio lontanissima dai miei gusti. Ma questo non è importante, è giusto che le nuove generazioni parlino con i modi e i mezzi che risultano a loro più congeniali. Diciamo che l’aspetto che trovo più negativo rispetto a qualche anno fa è la scomparsa dei luoghi di ritrovo, di quei posti dove si andava a sentire la musica dal vivo. Quei luoghi erano una vera e propria forma di aggregazione e, lasciamelo dire, un eccezionale motore per la nascita di idee e collaborazioni. Anche dal punto di vista sociale mi immagino molta gente seduta dietro ad un pc e non più in un luogo fisico per parlare, condividere, creare. Proprio questa sensazione mi ha fatto immaginare la mia società ferma davanti a quei gradoni di marmo. Vedremo se avrà la forza ed il coraggio di scalarli. Per quanto riguarda il discorso prettamente sonoro ho la sensazione che l’attuale diventerà obsoleto tra non molto e dietro l’angolo ci sarà un ritorno ad un mix tra anni 80 e 90. Solo sensazioni. Forse speranze.

About the author

Fernanda Patamia

Fernanda Patamia

Sono la vocina paranoica nella testa di Tyler Durden. Sono la distorsione più rumorosa in un album dei Sonic Youth. Studio giurisprudenza ma spesso mi perdo fra dischi e libri su SOund36 e Leggere:tutti.

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