Si autodefiniscono dei duri dai modi semplici con un target di fan pressocché sconfinato capace di unire gli amanti dei Nine Inch Nails e del metal indipendente, questo e molto altro sono i Ronker provenienti da Denderleeuw, una cittadina belga di circa 19000 abitanti. Sicuramente non prediligono i titoli corti per i loro dischi: infatti dopo il debutto Fear Is A Funny Thing, Now Smile Like A Big Boy del 2024, hanno chiamato il successore Respect The Hustle, I Won’t Be Your Dog Forever, senza che ci sia dato sapere se la citazione ai The Stooges sia stata una casualità oppure no.
La musica che suonano, al contrario, non lascia spazio ai dubbi, ci troviamo di fronte ad un concentrato maleducato di post-hardcore che sguazza nell’insolenza dei primi Idles, sporcando con sudore e saliva la patinatura della scena indie rock britannica di cui si fanno portabandiera collettivi come Fontaines D.C. e Shame.
Il frontman Jasper De Petter è un Joe Talbot piuttosto sgraziato, che adora urlare nel microfono sentimenti come rabbia e disprezzo (“Tall Stories”), senza dare mai segni di cedimento. Le canzoni si susseguono una dopo l’altra e si ha sempre quella sensazione di disagio come se avessimo un diavoletto sulla spalla che ci invita a commettere i peggiori atti possibili. All’interno di questo caos è ottimamente strutturata la parte strumentale violenta, ma anche incredibilmente quadrata (“No Sweat”), a puntualizzare che non ci troviamo davanti a degli sprovveduti.
Non c’è uno straccio di improvvisazione nemmeno in “Clear The Air”, retta con disinvoltura da un claudicante tempo dispari, o in “House Of Hunger”, dove la voce di Jasper va a sbattere contro un’appuntita parete di growl death metal. Si repira a pieni polmoni in “Snuff” e “Where The Dog Sleeps”, due esempi in cui le atmosfere si alleggeriscono, prima di tornare pericolosamente pesanti con “Deliver The Liver”.
Snodo nevralgico del disco è un brano come “Disco Dust” che a guardarlo da lontano pare impettito e ben vestito. Poi basta mettersi gli occhiali adatti e ci si sofferma sul suo aspetto rozzo e trasandato. Il quintetto belga, a dirla tutta, non vuole apparire per quello che non è, credo che la sincerità sia una delle loro migliori qualità, mutando a seconda del mood: sanno essere agili nel groove (“Limelighter”) e subito dopo piombare nello sconforto con l’angosciante ballata finale “Using Eyes”. Come dice il titolo dell’album il trambusto va rispettato, perché sotto sotto nasconde un infinito fatto di cangianti sfaccettature.
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