Recensioni

#Rockstory: Alice in Chains – Love, Hate, Love

Fernanda Patamia
Scritto da Fernanda Patamia

Il testo di Love, Hate, Love sviscera in modo quasi ossessivo l’amore e il suo lato oscuro

Sullo scenario di una Seattle animata da sentimenti nichilisti e autodistruttivi, nel 1990 gli Alice in Chains pubblicano il loro primo album in studio: Facelift.
Specchio di una società che si rifiuta di conformarsi alle regole, Facelift è un disco destinato ad influenzare irrimediabilmente il successivo panorama musicale (in America e non solo) per oltre un decennio.
Pur trattandosi di un’opera ricca di contaminazioni stilistiche attinte da generi come l’heavy metal, esso rappresenta per gli Alice in Chains una sorta di ricerca della propria identità musicale, ponendo le basi di quello che diverrà uno dei movimenti musicali più irriverenti di sempre: il grunge. Grazie infatti al video del singolo Man In The Box trasmesso in alta rotazione su MTV, il disco divenne il primo album grunge che riuscì a lasciare un segno tangibile nelle classifiche.
Al centro della scaletta si pone Love, Hate, Love, una canzone che è la supplica d’amore di un’anima dolente, quella di Layne Staley alla fidanzata Demri Lara Parrott, il cui testo sviscera in modo quasi ossessivo l’amore e il suo lato oscuro.
Ogni strumento è ridotto all’essenziale pur enfatizzando la potenza espressiva di Staley, senza mai offuscarla. Pochi tocchi di batteria scandiscono lentamente il tempo di uno dei brani più intimi e sofferti della band.
I suoni sporchi, il rumore, le urla sono un’immagine speculare del senso di frustrazione percepito da Staley, vittima di un amore vorace ed estremo nei confronti di una donna che non fa altro che confonderlo.
I problemi personali dell’autore avevano infettato anche la loro relazione e nella prima strofa la corposa chitarra di Cantrell fa da sfondo alla voce cupa di Layne che, quasi in un’ammissione di colpa, sente di non essere in grado di amare. I tradimenti, i demoni del passato, alimentati dall’uso di alcol e droghe, generano una profonda insicurezza tanto da fargli desiderare di possedere la Parrott in modo da dominarne ogni aspetto.
Ciò che rende autentico il tono del brano è la voce carica di rabbia che nasce dal bisogno di essere amati nella misura in cui si ama. Ed ecco che allora si è disposti anche a ferire e Staley, in una scena sadica e grottesca, sogna di staccar via la pelle dal viso di Demri come a farne cadere la maschera per conoscerne la vera natura.
Demri è una donna estremamente instabile e Layne avverte il suo desiderio di essere il suo mondo come qualcosa di malato e contorto poiché sfugge alla morsa della razionalità, e proprio come succede quando si ha una dipendenza egli non riesce a stare lontano da lei nonostante l’amore si sia tramutato in sofferenza. L’amore qui non è glorificato, non è un sentimento che completa, anzi, ti spezza in due e ti lascia a terra agonizzante tanto da far credere che con una prostituta sarebbe più facile poiché l’istantaneità dell’incontro non lascerebbe spazio ad alcun coinvolgimento emotivo, non metterebbe a nudo le proprie fragilità.

Lost inside my sick head
I live for you but I’m not alive.
Take my hand before I kill
I still love you, but, I still burn

I sentimenti contrastanti trascinano Layne in una confusione che intorpidisce e l’esasperazione non è più negata. Le parole si fanno taglienti come lame e Staley, sulle note di una chitarra distorta, esplode con violenza in un urlo liberatorio sollevato forse dall’essere riuscito a trasformare in musica il malessere di un sentimento bruciante.

About the author

Fernanda Patamia

Fernanda Patamia

Sono la vocina paranoica nella testa di Tyler Durden. Sono la distorsione più rumorosa in un album dei Sonic Youth. Studio giurisprudenza ma spesso mi perdo fra dischi e libri su SOund36 e Leggere:tutti.

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