Recensioni Soundcheck

Roberto Fedriga – Roberto Fedriga

Fortunato Mannino

È uno di quegli album che ha la capacità di incuriosire, ancor prima di premere play e di non deludere le aspettative dopo.

A queste latitudini il cambio di stagione ti viene imposto, anche con un pizzico di violenza, dai grandi magazzini. Entri e ti ritrovi Babbo Natele bello e sorridente (beato lui) e rimani sbigottito perché ancora il ragazzo accanto a te è con le maniche corte e perché la malinconica certezza che il tempo è sempre un gran truffatore si rafforza sempre di più. Al di là di tutti i discorsi che si possono fare sul Natale e sull’anno che verrà il problema è che la mia personale classifica dei dischi più belli del 2014 langue! Intendiamoci: tutto ciò di cui scrivo mi piace ed entra a far parte della mia personale collezione ma alla fine, volente o nolente, ti ritrovi nella situazione di dover obbligatoriamente fare una cernita.
In questi giorni un po’ travagliati mi ha fatto compagnia l’album d’esordio di Roberto Fedriga che, lo dico subito, ha occupato uno di quei posti ancora vuoti in classifica. È uno di quegli album che ha la capacità di incuriosire, ancor prima di premere play e di non deludere le aspettative dopo.
Per la copertina dell’elegante digipack è stata usata una serigrafia di Renoir, paesaggi e disegni tardo ottocenteschi abbelliscono il libretto dei testi conferendo all’oggetto quel tocco di raffinata cultura che non fa che accrescere l’attesa dell’ascolto.
Cosa mi aspettavo? Mi aspettavo uno stile di scrittura che sapesse cogliere le sfumature dell’attimo più che il fatto in sé e un sound elegante ad accompagnare il canto. I trenta minuti dell’album e i successivi ascolti non solo non deludono le attese ma, se possibile, vanno altre.
Il jazz proposto dai musicisti, tra i migliori della scena bergamasca, ricrea le atmosfere soffuse e fumose dei club newyorchesi. Un Jazz classico, raffinato accompagna e, il più delle volte, asseconda le suggestioni visive di Roberto Fedriga. L’estensione vocale educata al canto jazz è la cosa che mi ha piacevolmente sorpreso e che tradisce un background musicale che guarda ai grandi e, soprattutto, all’inimitabile Tim Buckley.

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