Recensioni

Robert Johnson, Il blues maledetto di un ragazzo triste

Mario Di Nicola
Scritto da Mario Di Nicola

“Nelle sere dove ho l’anima ferita, compongono un testo e ci metto due accordi. Così fa meno male vivere…, fa meno male ricordarsi che la vita è vera”.

“In una sera qualsiasi ti siedi ad un tavolo del bar più schifoso che avresti mai potuto incontrare. Ti porti dietro una bottiglia del whisky peggiore che ti abbiano mai venduto. Sei solo, senza nemmeno una donna che ti comprenda e ti curi le ferite dell’anima. Solo. Poi all’improvviso sul piccolo palco di legno tenuto in piedi da quattro chiodi arrugginiti, sale lui: Robert Johnson.
Ventisette anni, portati come una zavorra e con l’aria di chi ne sente molti più sul groppone. Si aggiusta il bavero della giacca di colore marrone, si accende una sigaretta, sudato da morire, gli occhi accesi dall’alcool e dalla febbre per la musica, inizia. Il blues ci inonda completamente, la voce acuta tagliente come una lama. Fa caldo, le signorine iniziano a ballare intorno a me e gli altri commensali presenti. Il cameriere fa fatica a raggiungere tutti i tavoli, si piange e si ride con le strofe maledette di Robert. Un Dio che suona, un uomo con dei poteri particolari. Il suono della chitarra sembra una pistola che spara colpendo tutti. Nessuno sopravvive, tutti rapiti o uccisi dalla voglia di fare blues e di sentirlo nell’anima.
Robert Johnson nacque nel maggio del 1911 nella regione del Mississippi, in una giornata dal caldo insopportabile pur non essendo estate inoltrata. Della sua vita si sa poco, quasi nulla. Fin da piccolo l’amore per il blues gli prende l’anima e lo trasforma, lo fa crescere con l’unico obiettivo di far gemere la sua chitarra con le sue tecniche innovative e la determinazione di diventare una leggenda.
La sua biografia è un mistero, risulta essere vissuto per ventisette anni, fino al 16 agosto del 1938. Come tutti gli artisti del blues di quel periodo, le storie più disparate fanno da cornice alle notizie contrastanti riguardo tutto il suo operato. Di sicuro si narra la leggenda di chi come lui, sia sceso a “patti” con il male più assoluto, per riuscire nell’intento di diventare un Dio del Blues : “I got to keep movin’, blues falling down like hail. And the day keeps on worryin’ me… there’s a hell hound on my trail. (Devo correre, il blues cade come grandine. E il giorno continua a tormentarmi… c’è un segugio infernale sulle mie tracce).”
Sue le ventinove storiche registrazioni, effettuate tra il 23 novembre 1936 e il 20 giugno 1937, che diventano l’emblema e la “strada” per moltissimi artisti che nel corso del tempo prenderanno ad esempio e come fonte d’ispirazione il lavoro di questo cantautore – chitarrista blues maledetto. Figlio illegittimo di una relazione extraconiugale, non ha avuto molto dai suoi genitori, se non la caparbietà di attaccarsi alla vita per viverla intensamente tutto d’un fiato. Impara a suonare l’armonica a bocca fin da piccolo, gli insegna il fratello. Poi passa alla chitarra, tra giornate a sognare e giornate a soffrire per il suo talento incompreso. Si sposa nel 1929, ma la moglie gli muore sedicenne. Preso dallo sconforto inizia a girovagare per il paese, beve e suona.
Solo questo, vuole farsi male, vuole scendere nel baratro della follia attraverso la sua musica, i suoi testi, la sua voce che lamenta il male del vivere. Si risposa nel 31’, ma molla anche qui il tutto. Lui deve perdersi, deve incontrare la sua anima, deve suonarci insieme. Deve vivere l’attimo di sentirsi unico e immortale. Da qui la leggenda.
Considerato un chitarrista mediocre, dopo la morte della moglie, sparì per più di un anno, per poi riapparire un giorno in un locale, suonando magnificamente come nessuno aveva mai fatto prima. Era diventato un Dio del blues, la sua voce era quasi ipnotica nel cantare le ballate maledette. C’è chi narra la sua metamorfosi nei particolari:
Robert in un crocevia incontrò il Diavolo e gli chiese di diventare un “grande” del Blues. Fu accontentato in cambio della sua anima. L’artista cantava questa storia nelle serate nei locali dove si esibiva, lo faceva con l’aria di chi sa di avere tutto e allo stesso tempo, di aver perso tutto.
Molti identificano la figura del male in un certo Ike Zimmerman, che in realtà era un uomo che gli insegnò a suonare la chitarra in un modo impareggiabile. Ma anche qui la leggenda supera la fantasia. Lo stesso Zimmerman è un personaggio ambiguo e pericoloso: pare avesse l’abitudine di suonare nei cimiteri. Insomma un emissario del demonio per instradare Robert alla via del non ritorno.
“ ….Avevo detto a Robert di non bere da quella bottiglia di whisky aperta, senza tappo, che ci era arrivata tra le mani. Quando suonavamo buttavamo giù di tutto, ma bere da una bottiglia già aperta, non si fa. Lui lo fece. Sapevamo della sua relazione con la moglie del gestore del locale (il Three Forks) e anche il gestore lo sapeva. Ma quel pachiderma ci faceva suonare lo stesso nel suo locale, gli facevamo fare soldi. Quel senza Dio, ha pensato bene di ucciderlo con il veleno nella bottiglia per vendicarsi. Robert ha bevuto e si è sentito male, ha dovuto lasciare il palco, mentre il gestore lo guardava e rideva”. Questo il racconto di Sonny Boy, che insieme a David Honeyboy Edwards e Robert, costituivano un terzetto blues che ogni settimana suonava nel locale del gestore maledetto che pare abbia ucciso l’artista.
Le stranezze continuano perché nessun referto medico seguì il decesso dell’uomo, il dottore non riuscì mai a raggiungere la vittima. La curiosità ultima è che, sparse per l’America ci sono tre tombe con il nome di Robert Johnson e nessuno sa perfettamente dove sia sepolto l’uomo maledetto del blues.
Robert suonava in stile Delta blues (zona del delta del Mississippi), la sua voce acuta, in perfetto contrasto con la pastosità delle sonorità del tempo, finiva per essere il punto di partenza della scoperta della sua bravura. Eccelso chitarrista, dopo di lui i grandi lo hanno definito genio, (quando lo ascolti sembra che suonano più persone, ma invece è solo lui….disse Keith Richards).
Eric Clapton definì la voce di Robert: “il più potente pianto che penso possa trovarsi nella voce umana” .
In definitiva una figura perfetta per le leggende che girano intorno al blues e i suoi figli. Un ragazzo di ventisette anni che senza punto di arrivo e di partenza, segnò con le sue melodie intere generazioni future. Qualcuno dice ancora che nelle notti d’estate, quelle dove fa più caldo, nel crocevia dove Robert incontrò il male, si possono scorgere le figure di due uomini vestiti di nero, che suonano blues e bevono whisky. Uno dei due, ogni tanto si guarda indietro e saluta con un mano, è Robert.
Ricordiamo la sua prima canzone, Kind Hearted Woman Blues, 32-20 Blues, Walkin’ blues, Malted milk, Love in vain blues. I testi delle canzoni dell’artista sono paragonati a poesia degna di  Keats (si annotano le traduzioni del poeta inglese ad opera del d’Annunzio), con l’enfasi di una descrizione sconvolgente, amorevole e drammatica nello stesso tempo.
Insomma Robert Johnson fa parte del club dei 27 (dove si annoverano tutti le star planetarie morte prematuramente), altro dato particolare e strano, a compimento dell’enigmatica vita del blues-man. Introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame è considerato, per la rivista Rolling Stones, uno dei più grandi chitarristi della storia, esattamente il settantunesimo dei cento famosi.
“Nelle sere dove ho l’anima ferita, compongono un testo e ci metto due accordi. Così fa meno male vivere…, fa meno male ricordarsi che la vita è vera”.

About the author

Mario Di Nicola

Mario Di Nicola

Sono nato a Roma nel 1970, poi in giovane età, mi sono trasferito in Abruzzo, dove abito tutt’ora. Ho viaggiato nel mondo della letteratura sia come lettore e sia come attore principale, dando alla luce (per adesso e non voglio fermarmi!!!) quattro pubblicazioni con tematiche sia poetiche, che di narrativa :
310307 , raccolta poetica edita da Lettere Animate
L’incauto sfogo dell’altre metà,, brevi racconti, edito Litho Commerciale
Diciannove Applausi, raccolta poetica edita da AliRibelli
Nudi Siamo Anime, brevi racconti, edito AliRibelli
L’amore per la cultura e l’arte in genere mi ha portato a costituire un’associazione culturale di cui sono il presidente e il relativo blog “Néorìa”, dove, insieme a tanti collaboratori, portiamo avanti il progetto di parlare dei “sogni” letterari e non solo quelli.
Anche la musica mi ha visto crescere tra i suoi pascoli, dapprima come cantante e compositore/ paroliere di gruppi hard – rock, poi, nelle stesse vesti, per progetti più marcatamente pop usciti nei mercati musicali e pubblicitari internazionali.
Attualmente continuo la mia opera di divoratore di libri e notizie che riguardano il mondo della comunicazione musicale e letteraria, sempre attento a rimanere connesso con la realtà che mi circonda, che mi lascia sempre più meravigliato e incuriosito dalla sua “diversità”.

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