Interviste

Revelè

Dal 18 luglio è disponibile in radio e sulle principali piattaforme digitali “‘O Mar ‘O Mar”, brano d’esordio del cantautore partenopeo Giuseppe Cacciapuoti, in arte Revelè. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio l’artista e in particolar modo tutte le curiosità che sono dietro questa canzone dai contenuti fortemente autobiografici.

Quando e come hai capito che la musica poteva essere la tua strada?
Credo di non averlo mai deciso razionalmente. È stata la musica a scegliermi, in un periodo in cui non avevo voce, letteralmente. Da bambino balbuziente, scrivere, recitare e cantare erano gli unici modi per sentirmi intero, per raccontare quello che avevo dentro senza che nessuno potesse interrompermi. Quando ho capito che tremare davanti a un microfono mi faceva sentire più vero che in qualsiasi altro momento, ho capito che quello era il mio linguaggio.

Il tuo brano è una dedica a Napoli, la tua città natale: quanto è profondo il tuo legame con essa? È difficile starne lontani?

Napoli è un eco costante dentro di me. È la voce di mia madre che canta in cucina, è il mare che mi guarda quando mi sento perso. Andarmene via è stato come essere strappato dal grembo, eppure la distanza mi ha permesso di scrivere. Forse per amare davvero un luogo, devi perderlo.

Quali sono le tue principali influenze a livello musicale?

Vengo da una casa dove si ascoltava Bruce Springsteen e la musica leggera italiana, quindi già lì convivevano due mondi. Da Pino Daniele ho imparato che si può raccontare la verità con la voce e da Mango che la fragilità può vibrare come una forza. Mi sento figlio del Mediterraneo, ma anche della modernità, dell’elettronica, del pop contaminato. E forse questa miscela nasce anche da me, da chi sono, da dove vengo e da dove ho cercato casa.

Come mai hai scelto di chiamare questo tuo progetto Revelè?

Revelè è nato in una notte in cui avevo bisogno di ritrovarmi. È una parola che mi rimbombava in testa, come se venisse da lontano. Sentivo il bisogno di rivelarmi, di raccontarmi senza filtri. È un nome sospeso, fragile, viscerale. Ogni canzone è una rivelazione, ogni volta è come togliersi una maschera. In un mondo in cui ci proteggiamo sempre, Revelè è il mio modo di essere nudo.

Qual è il tuo pensiero sui talent?

Penso che siano vetrine importanti, ma non sono l’unico modo per emergere. Il rischio è di bruciare tappe, di saltare quel percorso intimo che ti fa scoprire chi sei davvero. Io ho scelto una strada diversa, forse più lenta, ma più fedele a quello che sono. Perché per me ogni parola, ogni nota, è un pezzo di pelle. E preferisco arrivarci così, a modo mio.

Che rapporto hai con i social?

Lo sto costruendo. Cerco di usarli per raccontare verità, non per costruire un personaggio. A volte è difficile trovare un equilibrio tra la parte più visiva e quella più profonda, ma sto imparando a restare autentico anche lì. Voglio che chi mi segue senta quello che sento, non solo quello che vedo. Perché la mia musica non è immagine, è carne viva.

Progetti futuri?

Dopo “‘O Mar ‘O Mar” arriveranno altri due singoli che rappresentano le fondamenta di questo percorso. Uno a settembre e uno a ottobre. E poi un EP, che sarà come un diario aperto. Sto lavorando per costruire un ponte tra la mia storia e quella di chi ascolta. Ogni brano sarà una confessione, una cicatrice trasformata in canto. È solo l’inizio, ma sento che ogni passo sta andando nella direzione giusta.

 

Revelè

Artist First

Ufficio Stampa Parole & Dintorni

About the author

Giovanni Panebianco

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