Un evento di rara eleganza, capace di riaffermare — con naturale grazia e profondità — la forza immutabile e dirompente della parola. Un momento sospeso nel tempo in cui il suono si trasforma in respiro, il respiro in pensiero, e il pensiero in emozione condivisa.
È questa la cifra di “Alice – Master Songs”, tappa memorabile della XXII edizione del Festival d’Autunno, diretto con passione e cura da Antonietta Santacroce. Il 25 ottobre, sul prestigioso palcoscenico del Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro, Alice — al secolo Carla Bissi — ha offerto al pubblico un’esperienza musicale unica, un percorso narrativo limpido e profondamente catartico, costruito su brani che hanno segnato la sua carriera e su quelli dei maestri che ne hanno formato sensibilità e visione artistica.
Con voce misurata, intensa e magnetica, Alice ha saputo evocare la poesia universale di Fabrizio De André, interpretando Un blasfemo e La canzone dell’amore perduto con una delicatezza che ha scaldato l’animo degli spettatori. Non si è fermata qui: la sua interpretazione di Auschwitz di Francesco Guccini ha scavato nelle ferite più profonde della memoria collettiva, ricordando quanto la linea che separa vittima e carnefice sia fragile, sottile e spesso dolorosamente labile.
Ha reso omaggio a Lucio Dalla con Almeno pensami, pezzo riproposto da Ron al Festival di Sanremo 2018 e da Alice interpretato con struggente eleganza, confermando la capacità dell’artista di trasformare ogni esecuzione in momento di riflessione e intimità. Non meno intenso è stato l’omaggio a Ivano Fossati, con Lindbergh, in un dialogo costante con la grande canzone d’autore italiana, dove ogni nota diventa ponte tra generazioni e sensibilità artistiche.
Il nucleo emotivo della serata si è concentrato sulle canzoni che portano la firma di Alice stessa: Gli ultimi fuochi, Dammi la mano amore, Il sole nella pioggia, Viali di solitudine, Il contatto, Per Elisa, Una notte speciale e 1943. Quest’ultimo, ispirato a un testo della poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler, ha restituito agli spettatori il dolore e la memoria di un’epoca segnata dalla brutalità della Seconda Guerra Mondiale.
Accanto a queste pagine personali, hanno trovato spazio le collaborazioni storiche con Franco Battiato: Prospettiva Nevski, Il vento caldo dell’estate, Nomadi, I treni di Tozeur, Veleni — ultimo dono del Maestro per Alice — e Chanson egocentrique. Questi brani hanno tracciato un filo indissolubile tra due anime creative, un legame che attraversa generazioni e stili, un sodalizio umano e artistico reso ancora più palpabile dall’esecuzione di E ti vengo a cercare, interpretata con devozione, silenziosa gratitudine e intensità spirituale.
Durante lo spettacolo, la voce di Alice si è trasformata in ponte tra culture e radici, grazie a Inniò, con versi del poeta friulano Pierluigi Cappello, e ad Anîn a grîs, tratta da un testo di Maria Grazia Di Gleria, entrambe in friulano, lingua scelta dall’artista come rifugio e luogo di appartenenza. Con sorprendente attualità, si sono intrecciati i riferimenti a La recessione di Pier Paolo Pasolini, Non insegnate ai bambini di Giorgio Gaber e Atlantide di Francesco De Gregori, componendo un tessuto sonoro in cui parola, musica e gesto diventano strumento di riflessione sulle dinamiche del nostro tempo. In ogni esecuzione, l’atto performativo si fa meditazione, e la poesia diventa specchio della contemporaneità.
Ad accompagnare Alice, tre musicisti di altissimo livello, capaci di fondere rigore tecnico e delicatezza interpretativa: Carlo Guaitoli al pianoforte e alle tastiere, padrone di una precisione emozionale sorprendente; Antonello D’Urso alle chitarre e programmazioni, intrecciando suoni classici e moderni con naturalezza; Chiara Trentin al violoncello acustico ed elettrico, che ha donato profondità e calore alle melodie. La scena, minimalista ma studiata nei dettagli, è stata arricchita da proiezioni video che hanno valorizzato poesie e melodie, avvolgendo il pubblico in un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere mente e cuore.
Alice, figura elegante e quasi eterea, autentica nella forma espressiva come nella sostanza interiore, ha incarnato pienamente lo spirito del Festival d’Autunno 2025 “CambiaMenti. Linguaggi senza tempo”. Per il suo percorso, la sua dedizione e la capacità di trasformare la musica in esperienza universale, ha ricevuto dalle mani della direttrice artistica Antonietta Santacroce il Cavatore d’argento, creazione dell’orafo Michele Affidato, simbolo della laboriosità e della creatività catanzarese.
Un riconoscimento che celebra non solo una carriera, ma una missione artistica: quella di rendere la musica, la parola e la poesia strumenti vivi di riflessione, memoria e bellezza, capaci di trascendere il tempo e di unire le generazioni.
Per le informazioni e le fotografie si ringrazia:
L’UFFICIO STAMPA DEL FESTIVAL Giuseppe Panella e Claudia Fisciletti e la social media manager Anna Trapasso.

