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Playlist(In the mood for…St. Vincent)

Elisa Fiorucci
Scritto da Elisa Fiorucci

Playlist(In the mood for…St. Vincent)

 

Playlist(In the mood for…St. Vincent)

1. Birth in reverse

2. Cruel

3. Actor out of work

4. All my stars aligned

5. Chloe in the afternoon

6. The apocalypse song

7. Prince Johnny

8. Year of the tiger

9. Digital witness

10. Northern lights

11. Marry me

12. Surgeon

13. Now, now

14. I prefer your love

15. Paris is burning

16. Cheerleader

17. Rattlesnake

18. Marrow

19. Your lips are red

20. Champagne year

Sono reduce, e mai questa parola è stata più adatta, dallo strepitoso concerto di St. Vincent all’Auditorium di Roma. Dunque questa playlist non poteva che essere dedicata a lei. Anne Erin Clark, per gli amici Annie, è una delle più interessanti artiste su piazza. Per far breve una storia lunga: nata a Dallas, in Texas, finita la scuola si trasferisce a New York per diventare una musicista. Trova lavoro da un fioraio e la licenziano dopo due settimane perchè “pensavo di essere pagata per starmene lì a contemplare i fiori tutto il giorno”. Torna dai suoi con la coda tra le gambe. S’iscrive e una prestigiosa scuola di musica, molla a pochi esami dal diploma. Inizia a collaborare con tutti, pubblica i suoi primi EP da cameretta, si fa un nome. Il suo primo disco, Marry Me, del 2007, è apprezzato da critica e pubblico. D’altronde, che fosse una predestinata l’avevano capito tutti. Non io, che ascolto il disco e penso “brava è brava, ma ce ne sono mille come lei e meglio di lei, Feist su tutte”. Mi sbaglio. Perchè, dopo il parzialmente inerlocutorio Actor, arriva la consacrazione con Strange Mercy. Persino Sua Mastà David Byrne corre a chiederle di fare un disco insieme (Love This Giant). Alla fine del tour Annie torna nel suo appartamento di Brooklyn (e dove sennò?), chiede ad amici e parenti di non chiamarla. Dopo anni di vita tutta scrittura-registrazione-promozione-tour sente il bisogno di fermarsi per un po’.

“Volevo provare a vivere come una persona normale. Stare on the road così tanto può essere alienante. Ma dopo due giorni ero lì, sull’orlo di una crisi di nervi, che non sapevo cosa fare e mi chiedevo perchè nessuno venisse a dirmi quando dovevo cenare. Ho realizzato che no, non volevo avere una vita normale”. L’esperienza con Byrne le aveva fatto capire quale direzione avrebbe seguito per il suo nuovo disco. Ma c’è un’altra esperienza che ha avuto un certo peso nella gestazione di St. Vincent. Annie si compra un I-Pad e va a vedere Taylor Swift, che in America è la più famosa delle popstar della sua generazione. Inizia a fare foto e video come una tredicenne. “Cavolo, qui c’è un cambio d’abito, non posso perdermelo!”. Va a incontrare Taylor nel backstage, che le dice “Ah, quindi eri tu quella in prima fila con l’I-Pad?”. Annie vorrebbe sotterrarsi. L’episodio ispira uno dei singoli del disco, Digital Witness. Il testo parla, appunto, dei “testimoni digitali”, quelli che vanno ai concerti solo per postarlo sui social, e che vivono nell’ossessione che se gli altri non sanno quello che fai allora è come se tu non lo stessi facendo. Ma non ne parla con tono snob o paternalistico, anche perchè lei stessa passa molto del suo tempo libero guardando video su YouTube e ama molto Twitter. Semplicemente, Annie ha fatto quello che ogni artista dovrebbe fare, si è fatta interprete, nel senso letterale del termine. Si è messa, appunto, tra le cose che la circondavano. Ne è uscito fuori l’album dell’anno, e uno spettacolo completamente diverso dai suoi tour precedenti. Di cui avrò il piacere di scrivere a breve, su queste pagine.

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