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PLAYLIST (IN THE MOOD FOR… SLEATER-KINNEY)

Elisa Fiorucci
Scritto da Elisa Fiorucci

dovete rassegnarvi all’idea che sarete sempre “le ragazze”. Comunque, non scioglietevi. Non così presto. Perchè c’è ancora un dannato bisogno di voi

PLAYLIST (IN THE MOOD FOR…SLEATER-KINNEY)

1. No cities to love

2. One beat

3. Get up

4. Buy her candy

5. Good things

6. I wanna be your Joey Ramone

7. What’s mine is yours

8. A new wave

9. All hands on the bad one

10. Oh!

11. Modern girl

12. Lora’s song

13. Start together

14. Fade

15. I’m not waiting

16. Jumpers

17. You’re no rock n’ roll fun

18. Youth decay

19. One more hour

20. The size of our love

Vogliamo solo dire che non siamo qui per scoparci quelli del gruppo. Noi siamo il gruppo”. E’ il 1996 e sul palco ci sono le Sleater-Kinney. Corin Tucker e Carrie Brownstein, entrambe cantanti e chitarriste, si erano conosciute nel 1992 a Bellingham, nello Stato di Washington. Corin era nelle Heavens To Betsy, Carrie aveva sedici anni e aveva da poco iniziato a suonare, folgorata dai The Jam di Paul Weller e, naturalmente, dai Ramones. Il movimento delle Riot Grrrl stava cambiando la vita di migliaia di ragazze. La rabbia, il senso d’impotenza e d’isolamento delle studentesse americane avevano trovato una risposta. Quanto successo in quegli anni merita sicuramente un discorso a parte, e ce ne occuperemo nelle prossime settimane. La musica era uno dei modi attraverso i quali quella generazione aveva deciso di urlare i propri diritti, urlare le proprie idee, urlare la propria versione dei fatti. E’ in questo clima che Carrie forma le Excuse 17, si trasferisce a Olympia e riprende i contatti con Corin. Le due decidono di mettere su un gruppo, e sono anche legate sentimentalmente per un breve periodo (Corin ha scritto per Carrie ‘One More Hour’, uno dei pezzi più amati dai fan). Il nome viene da una strada, Sleater Kinney Road, vicina alla loro prima sala prove. I precedenti gruppi si sciolgono, e durante un viaggio in Australia reclutano una batterista, registrano il primo disco omonimo nel 1995, in una notte, e cominciano un’intensa attività live. L’anno successivo pubblicano ‘Call The Doctor’ e fanno da apertura in alcune date della Jon Spencer Blues Explosion. Durante uno di questi concerti, uno spettatore si avvicina al palco e inizia a insultare Corin, che non la prende benissimo e gli spacca il microfono in testa. L’anno della svolta è il 1997. Dopo aver cambiato tre batteriste viene ingaggiata Janet Weiss, che già suonava nei Quasi, e il trio firma per la Kill Rock Stars. Esce ‘Dig Me Out’, il loro primo capolavoro.

Vogliamo solo dire che non siamo qui per scoparci quelli del gruppo. Noi siamo il gruppo
La critica è tutta dalla loro parte, la stampa specializzata, orfana dei Nirvana, le elegge paladine e alfiere dall’alt-rock made in USA. Ma non sarà una cotta passeggera. Il successo di vendite, invece, di fatto non arriverà mai. Le Bikini Kill si erano sciolte l’anno precedente, il movimento delle Riot Grrrl aveva esaurito la propria forza propulsiva, ed era diventato una sorta di brand commerciale (ricordate il Girl Power delle Spice Girls?). Ma le Sleater-Kinney si erano emancipate da tempo da quella scena. Senza rinnegare nulla, chiaramente, anzi rivendicando in modo per nulla timido l’importanza del movimento. Ma se c’è qualcuno che sta scomodo sotto a un’etichetta e dentro a un genere, una qualsiasi etichetta e un qualsiasi genere, quelle sono loro, senza contare che da un punto di vista strettamente musicale non avevano in effetti molto in comune con gli altri gruppi con cui erano cresciute, e potevano vantare capacità tecniche e peculiarità di cui molti di questi (non tutti però!) erano privi. Da questo momento in poi non dovranno più legittimarsi come artiste e pubblicano un disco più bello dell’altro fino a ‘The Woods’ del 2005, il loro lavoro più ambizioso (che sancisce anche il passaggio alla Sub Pop). L’album esce esattamente dieci anni dopo il loro esordio. La loro discografia vanta a questo punto sette album, uno più intenso dell’altro, senza mai ripetersi. I riff di Carrie, le ritmiche geniali ed energiche di Janet, le voci, con le loro armonie e i loro botta-e-risposta, che da infantili si fanno più sicure. E i testi semplici ma pieni di significati, le melodie difficilmente resistibili, i pezzi strappalacrime, l’urgenza punk e la sperimentazione. Impossibile non innamorarsi. Eddie Vedder le aspetta fuori dal backstage di un concerto per dirgli “Per me è come essere davanti a Jagger e Richards” e gli chiede di aprire i concerti dei Pearl Jam. In tutto questo c’è anche una data in Italia, a Latina. Un concerto gratuito, nel 2000, a cui non va praticamente nessuno, e che rischia di essere interrotto perché alcuni ragazzi di passaggio non hanno un cazzo di meglio da fare che indicarle e rivolgersi a loro gridandogli “A’ lesbiche! Baciatevi!”. Splendido. Dopo ‘The Woods’ il gruppo si prende una pausa a tempo indeterminato. Il mondo musicale era completamente cambiato rispetto a quando avevano cominciato. C’erano stati gli Strokes, che però avevano tradito le attese dopo un esordio folgorante. Negli anni immediatamente successivi le copertine delle riviste specializzate sono tutte per gli epigoni del post-punk degli anni 80. Una vera e propria invasione di band molto poco interessanti, delle quali Carrie dice:“Sono derivativi in modo quasi ridicolo. Dovrebbero pagare i diritti ai Joy Division, sul serio! Come puoi imitare così tanto Ian Curtis e poi cantare del nulla?”. Parole sante. Ma ci saranno anche altri gruppi che s’ispireranno proprio alle Sleater-Kinney, pur senza pubblicare nulla di particolarmente memorabile, a testimonianza dell’influenza che la loro musica, ma non solo quella, aveva e avrebbe avuto nel corso degli anni. Se i titoli di coda di questa bellissima storia non stanno per scorrere, sembrano parecchio vicini. Passano altri dieci anni, in cui le musiciste non se ne sono certo state con le mani in mano a ricordare i bei tempi. Janet si è messa dietro le pelli a suonare per gente come Stephen Malkmus (nei The Jicks) e i The Shins, proseguendo inoltre la sua attività nei Quasi; Corin ha pubblicato due dischi da solista e collaborato con Vedder; Carrie ha fondato le Wild Flag con Janet e Mary Timony (attualmente nelle Ex Hex), durate lo spazio di un solo disco, e avviato una carriera di attrice e autrice televisiva di successo (‘Transparent’, ‘Portlandia’). Dieci anni sono senz’altro abbastanza per guardarsi indietro con un certo distacco e dirsi che sì, è stato grandioso, ma anche per dirsi: facciamolo ancora. Gennaio 2015, esce l’ottavo capitolo: ‘No Cities To Love’, preceduto dal box set autunnale ‘Start Together’. Chi temeva un ritorno che si giocasse le sue carte puntando sul proverbiale effetto nostalgia è presto smentito. La sola title-track, per dire, vale più dell’intera discografia dei gruppi che facevano da headliner agli stessi festival dove le nostre suonavano alle cinque e mezzo del pomeriggio. Ma il futuro è incerto. Attualmente il gruppo è impegnato in un breve tour europeo (che ovviamente non passerà dall’Italia), poi torneranno in America dove i concerti sono già quasi tutti sold out, e infine suoneranno a qualche festival estivo. Le Sleater-Kinney non fanno promesse e non azzardano previsioni sul futuro, potrebbe non esserci nessun seguito di ‘No Cities To Love’. Non potevo esimermi dal dedicare questa playlist alla loro musica, scegliendo semplicemente le mie tracce preferite di ogni album. Janet Weiss ha detto:“Vogliamo rappresentare un’alternativa al modello mainstream di come si crede che le persone siano, di come le persone stesse si aspettano di essere”. Ragazze, sì, so che vi fa ridere essere ancora chiamate così perchè la più piccola di voi ha più di quarant’anni, ma dovete rassegnarvi all’idea che sarete sempre “le ragazze”. Comunque, non scioglietevi. Non così presto. Perchè c’è ancora un dannato bisogno di voi.

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